“Un accordo entro il 2015” ma a Durban è scontro sul taglio delle emissioni

DURBAN – Accordo sul clima entro il 2015. È questa la base su cui, a poche ore dalla conclusione della conferenza Onu di Durban, si sarebbe trovata un’intesa per sbloccare lo stallo dei negoziati. Il testo di mediazione, discusso fino a notte, è stato preparato dal padrone di casa, il Sudafrica, per tagliare gli ultimi indugi. È una bozza che lascia perplessa l’Unione Europea perché i punti deboli della proposta sono in buona evidenza. Gli impegni restano nel vago. Non sono state ancora precisate le quote di riduzione delle emissioni serra. Tra il momento in cui l’accordo verrebbe definito e il momento in cui diventerebbe operativo passerebbero cinque anni, visto che la Cina non vuole prendere in considerazione l’adesione a un trattato vincolante prima del 2020. Ma la proposta contiene anche vantaggi altrettanto evidenti. In primo luogo il coinvolgimento di tutti i paesi nel grande piano globale per la stabilizzazione del clima. Il protocollo di Kyoto, che scade nel 2012, aveva segnato una tappa fondamentale nella trattativa per la salvaguardia dell’atmosfera: era stato fissato un calendario per i tagli delle emissioni serra e stabilito il principio che la loro salvaguardia è vitale e dunque l’impegno deve essere vincolante. Ma quel protocollo prevedeva un taglio ridotto (il 5,2 per cento delle emissioni) e, pur essendo stato sottoscritto da tutti (con l’unica eccezione significativa degli Stati Uniti), stabiliva target solo per i paesi industrializzati. Era il 1997, e quel gruppo di paesi, gli industrializzati, era responsabile della maggioranza delle emissioni serra. Oggi però le parti si sono rovesciate: i paesi emergenti inquinano più degli altri e la Cina ha sorpassato gli Stati Uniti nella classifica delle emissioni di anidride carbonica, il più importante dei gas serra che moltiplicano alluvioni, uragani e siccità . Dunque nessun trattato sul clima può risultare efficace senza una partecipazione corale. «La strada dell’accordo al 2015 è percorribile, ma va arricchita di contenuti e di obblighi precisi», spiega il ministro dell’Ambiente Corrado Clini. «L’Europa può accettare di impegnarsi alla seconda fase del protocollo di Kyoto, quella che parte nel 2013 e dovrebbe concludersi nel momento in cui l’intesa coinvolgerà  tutti. Farebbe un altro pezzo di strada in compagnia di pochi, con Norvegia, Svizzera, Australia e Nuova Zelanda. Ma in cambio ha bisogno di ottenere tempi più rapidi per il patto globale a difesa del clima». Anche perché la natura non negozia. Il riscaldamento climatico accelera: l’ultimo decennio è stato il più caldo nella storia della meteorologia e il conto delle vittime dei disastri climatici continua ad aggravarsi. Mentre le diplomazie dei vari paesi giocavano di fioretto, un centinaio di indignados, i rappresentanti dei paesi africani che rischiano di essere desertificati dal cambiamento climatico e delle piccole che verrebbero sommerse dall’aumento del livello delle acque, ha invaso i corridoi della conferenza gridando «Azione subito». Un’azione che sta già  partendo dal basso. In tutto il mondo migliaia di città , di regioni, di industrie e di associazioni hanno adottato target volontari per limitare le loro emissioni serra. E a Durban si è profilato un asse tra Pechino e l’Europa capace di trascinare anche Brasile, Sudafrica, Messico, Australia e Nuova Zelanda verso un rilancio della green economy. Ma con le misure finora adottate dai singoli governi l’aumento della temperatura rischia di avvicinarsi ai 4 gradi, il doppio del limite di sicurezza oltre il quale i danni diventerebbero catastrofici. Bisogna fare di più. E aspettare fino al 2020 è un bell’azzardo.


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