Scariche elettriche, abusi e botte. Sopravvivere alle celle di Assad

ISTANBUL — «Cosa fai? “Sono dottore”. E allora perché protesti? Lo sai bene che hai studiato grazie al presidente Assad. Senza di lui saresti nulla. E cosa vuoi? “La libertà . Poter scegliere il mio governo”. Molto bene. Anch’io voglio la libertà . Solo che la mia idea di libertà  è diversa dalla tua. Voglio essere libero di fottermi tua sorella, tua moglie e tua madre. Ora le porto qui, in prigione. E me le faccio di fronte a te».

Così questo medico 37enne di Aleppo incontrato a Istanbul durante una piccola manifestazione di fuoriusciti siriani racconta dei suoi «normali» interrogatori durante i sei mesi trascorsi nel carcere di Latakia. Ne è uscito più o meno due settimane fa. E, grazie alla sua fitta rete di protezioni famigliari e amici lungo il confine, è riuscito a riparare in Turchia con la moglie e due figli piccoli. Non vuole rivelare la sua identità . «I miei parenti verrebbero immediatamente catturati, torturati, uccisi dai militanti della Shabiah, che sono per lo più giovani alauiti arruolati tra il peggio della criminalità  comune per terrorizzare su commissione», spiega. Però è ben disposto a rivelare ciò che avviene nelle mani delle squadracce del regime. Al medico di Aleppo tutto sommato è andata ancora bene. Non ha subito danni permanenti. Solo quando accenna alle scariche elettriche ai genitali si lascia improvvisamente scappare un pianto sommesso, timido, disarmante. Ma è proprio la quotidiana gestione dell’abuso eletto a sistema che colpisce. «Mi hanno catturato durante una manifestazione di piazza. È stata subito molto dura. Non mi volevano uccidere. Sono troppo conosciuto. Ma hanno cercato di umiliarmi, offendermi in ogni modo», ricorda. «I primi mesi sono stati terribili. Mi hanno chiuso in una cella lunga meno di due metri e larga uno, completamente buia e vuota. C’era solo un catino per i miei bisogni. Due volte al giorno mi davano pane, tè e riso. Ogni tanto arrivava un tenente corpulento sulla quarantina, noto a tutti come Abu Jafar, e mi picchiava su tutto il corpo con un tubo di gomma duro. Ordinava che venissi tenuto nudo al freddo oppure senza bere con un caldo insopportabile, in piedi, per giornate intere. Non si può immaginare cosa significhi restare alzati, immobili, faccia al muro, ma senza potersi appoggiare, per 15 o 20 ore al giorno, con il corpo dolorante. E intanto voleva che sentissi le urla dei torturati a morte nelle celle vicine. Più di una volta i suoi scagnozzi mi hanno urinato in bocca, con l’ordine perentorio che inghiottissi, se sputavo erano ancora più botte. Per settimane non ho visto le conseguenze dei colpi sul mio corpo emaciato. Stavo al buio. Solo una volta, durante un interrogatorio, mi è stato permesso di andare al bagno delle guardie. Qui c’era la luce elettrica e ho potuto vedere che le mie urine erano rosse di sangue. Sono medico. So bene che significa avere danni interni. Ma non potevo farci assolutamente nulla».
Non è il solo a testimoniare la paura della tortura. I giovani della resistenza sul confine turco-siriano ci hanno parlato degli amici spariti a Hama, Homs, Aleppo. Delle violenze contro figli, mogli, anziani genitori. Un trentenne incaricato di fare passare medicinali da Antakia verso Latakia ha rivelato di avere un fratello sparito da mesi. «Qui tra noi ci sono troppe spie al servizio di Assad. Se mi riconoscono il mio intero quartiere è in pericolo», ha confidato. Amnesty International ha denunciato che anche i feriti negli ospedali e i medici che li soccorrono sono stati torturati. L’Osservatorio siriano per i Diritti umani, l’organizzazione con sede a Londra legata al fronte delle sommosse, ha reso nota una lista di 13 tecniche di tortura più diffuse. Alcune sono ideate per spaventare e causare ferite leggere. Come quella (utilizzata spesso contro le donne per obbligarle a rivelare i nascondigli degli uomini) di chiudere il prigioniero completamente nudo in un grosso sacco di iuta assieme a un gatto selvaggio, che spaventato graffierà  e morderà  la vittima a sangue. Contro i bambini, spesso figli di sospetti attivisti che si vuol far parlare, sono utilizzate le pinze per strappare una per una le unghie di mani e piedi. Elettroshock, abusi sessuali di ogni tipo (anche con bottiglie dal collo volutamente scheggiato per causare gravi lacerazioni all’ano del prigioniero) e forti calci al ventre, alla schiena e alla testa con gli scarponi militari sono all’ordine del giorno. Alcune sevizie sono letali, come quella che vede la vittima costretta con la fronte legata alle caviglie, posizione che causa gravissime lesioni a legamenti e tendini, sino a provocare la paralisi e la rottura della spina dorsale.
«Sono tutte tecniche che la dittatura ha potuto affinare negli ultimi quarant’anni. La prima volta che vennero utilizzate in massa fu durante la repressione della rivolta dei Fratelli Musulmani nella città  di Hama, nel febbraio 1982. Allora, come oggi, documentare le violazioni dei diritti umani fu estremamente difficile. Il regime bloccò l’accesso a giornalisti e osservatori internazionali. Si parlò di 20.000 morti. Ma noi calcoliamo che, assieme ai desaparecidos, molti spariti nelle basi del Mukhabarat (il servizio segreto, ndr) e nelle quattro carceri maggiori del Paese — Sidmaya, Tedmuk, Maza e Seyhasan — la cifra possa essere anche doppia. La popolazione fu talmente terrorizzata che almeno 800.000 siriani fuggirono all’estero nei mesi seguenti», dichiara Osman Atalay, consulente a Istanbul per l’Onu e responsabile per l’organizzazione umanitaria non governativa turca Insani Yardim Vakfi. Da qui anche le sue cifre al rialzo delle vittime attuali. «Le Nazioni Unite parlano di 5.000 morti dal 15 marzo a oggi. La media quotidiana degli ultimi due mesi dei manifestanti uccisi in piazza supera quota 20. E dobbiamo tenere conto che potrebbero esserci anche più di 30.000 prigionieri e tra loro tanti soldati, accusati di voler disertare. Sono chiusi nelle caserme. Ma ci mancano informazioni credibili. Quanti di loro sono già  stati uccisi dopo indicibili sofferenze?».


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