Spunta il «piano fiducia» per evitare fughe in Parlamento

ROMA — La partita di risiko è iniziata. E tutti al tavolo da gioco sono consapevoli che la manovra muoverà  le leve della finanza e della politica, in un gioco a incastro che mostrerà  i propri effetti nelle prossime ore, nei prossimi giorni e nelle prossime settimane. Ieri Monti ha lanciato i dadi sapendo che i partiti di «maggioranza» lo asseconderanno sul decreto portandosi appresso un retropensiero: la durata del governo dipenderà  dall’andamento delle borse e dello spread, sarà  cioè determinata dalla credibilità  del provvedimento sui mercati internazionali. Ecco il motivo per cui ieri notte a palazzo Chigi hanno atteso l’apertura della borsa di Tokio, prima di verificare le reazioni delle piazze europee stamattina. E non a caso il premier ha avvisato i suoi interlocutori politici che «non è finita qui», che l’esecutivo è pronto a intervenire di nuovo — e a breve — per correggere i conti dello Stato e trovare le risorse necessarie allo sviluppo. È chiaro che se l’operazione non si rivelasse risolutiva, l’appeal di Monti precipiterebbe in poco tempo.
Ma c’è un’altra variabile, niente affatto secondaria, legata alla capacità  dei partiti della «maggioranza» di reggere l’effetto tenaglia a cui saranno sottoposti fin da oggi: da un lato dovranno subire la pressione del governo, che impone l’accettazione del decreto, dall’altro dovranno sopportare la pressione dell’elettorato di riferimento. Ecco cosa fa dire al segretario dell’Udc Cesa che «nelle prossime settimane andrà  monitorata la situazione» e che «più forte sarà  la reazione delle parti sociali alla manovra economica, più forte sarà  la fibrillazione politica». Tutto ciò non escluderebbe quindi l’ipotesi del voto anticipato già  l’anno prossimo: uno scenario messo nel conto dalle forze politiche della «maggioranza», un’opzione su cui scommette la Lega che ha annunciato un referendum contro la riforma delle pensioni già  prima che il governo la rendesse nota.
La deriva elettorale sarebbe insomma la conseguenza di due fallimenti: sul versante del governo e su quello dei partiti. È un’opzione che resta in campo, ma che i segretari del Pdl e del Pd non possono nemmeno permettersi di pensare. Ecco perché ieri sera, all’unisono, si sono affrettati a sottolineare i risultati della loro mediazione sul governo: a fronte del pesante aumento dell’Ici, Alfano ha detto che «è passata la nostra linea sull’Irpef»; e dinnanzi al drastico intervento sul sistema previdenziale, Bersani ha rilevato come sia però «passata la nostra proposta sullo scudo fiscale a vantaggio delle pensioni minime». È un modo bipartisan per tentare di attutire l’impatto della manovra sul Paese, ma anche sui rispettivi gruppi dirigenti, dove ci sono tensioni fortissime. I Democratici in particolare devono gestire il rapporto con la Cgil — contraria al provvedimento — che rischia di alimentare il malcontento nei gruppi parlamentari.
Proprio per questo motivo i vertici del Pd spingono su Monti affinché metta la fiducia al decreto. E poco importa se il metodo fu criticato ai tempi del governo Berlusconi. In nome dell’«emergenza», vista la necessità  di approvare subito la manovra che serve a «salvare l’Italia», i Democratici si garantirebbero un vantaggio tattico: metterebbero la sordina ai maldipancia di partito e non sarebbero incastrati nel gioco degli emendamenti che l’Idv è pronta a presentare sul tema più controverso e bruciante per il «popolo di sinistra»: quello delle pensioni. E c’è un motivo se il Pdl a sua volta non si opporrebbe all’ipotesi della fiducia: per tener fede al «senso di responsabilità » espresso all’atto di nascita del governo, garantirebbero il loro appoggio e troncherebbero sul nascere le proposte di quanti — nel partito di Alfano — vorrebbero astenersi sulla manovra.
Sarebbe «una follia», secondo Berlusconi, contrario in questa fase ad ogni iniziativa di sganciamento dall’esecutivo, che consegnerebbe Monti «alla sinistra». La strategia dei «Cento giorni» studiata insieme al segretario del Pdl, prevede invece di appoggiare il governo in maniera «credibile» nei primi tre mesi, per poi risultare altrettanto credibili se in seguito si aprisse una fase critica verso il premier. Non c’è alcun patto con il Pd, ma è evidente che le due maggiori forze politiche stiano attuando lo stesso piano. L’obiettivo è di lasciare al governo tecnico l’onere di riforme onerose, senza perdere il controllo del gioco politico, e cercando anzi di arrivare a un’intesa con l’avversario su un nodo decisivo per le sorti del bipolarismo: la legge elettorale.
Casini deve aver intuito la mossa, sa che un eventuale accordo Pdl-Pd lo incastrerebbe, ma sul sistema di voto prende tempo: «Cominceremo a discuterne se la Consulta ammetterà  i referendum», ha detto nei giorni scorsi allo stato maggiore dell’Udc, mostrandosi fiducioso sulla bocciatura dei quesiti da parte della Corte costituzionale. Il tema tuttavia non è all’ordine del giorno, non adesso. La priorità  spetta alla manovra che sta creando problemi nel partito centrista e nel Terzo polo. L’impatto del decreto non risparmia nemmeno chi si è speso per Monti, se è vero che la base dell’Udc — il ceto medio — viene colpito dalle misure e da giorni manda segnali al gruppo dirigente. Si è notata poi una certa dissonanza tra l’appoggio «acritico» di Casini al premier e la linea di Fini, che alla vigilia del Consiglio dei ministri ha sottolineato come il governo avesse «l’imperativo morale dell’equità ».
Il fatto è che il capo del governo ha messo la «maggioranza» dinnanzi a una strada senza bivio. L’unica a suo modo di vedere che possa portare l’Italia fuori dall’emergenza. «Ho parlato con Schauble», ha rivelato Monti raccontando di un colloquio con il titolare delle Finanze tedesco: «Mi ha detto che la Germania non si muoverà  finché non ci sarà  la prova che noi applichiamo una politica di rigore». Basterà ?


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