Torino, shock dopo il rogo anti rom la sedicenne del finto stupro si scusa “Mi vergogno per quella bugia”.

TORINO – «Perdonatemi se potete». Dopo aver visto le immagini delle fiamme che divoravano il campo nomadi, Sandra, il nome è di fantasia, ha deciso di chiedere scusa alla città . Lo ha fatto con una lettera. Il raid è scattato dopo la sua denuncia: stuprata a pochi metri da casa da due rom. Peccato che fosse tutto inventato, una bugia per coprire la prima volta con un ragazzo che ama, ma che la famiglia non vuole nemmeno vedere.
Paura delle reazioni, paura delle botte, paura per quella verginità  persa che per la famiglia era un valore da preservare ad ogni costo, tanto che l’avevano costretta a giurare alla nonna che sarebbe arrivata pura all’altare. Sandra ora è a casa, rannicchiata nel suo divano letto, in una stanza con le pareti arancioni. Al posto dei poster decine di santini. I genitori in salotto, tra una stella di Davide dipinta e un quadro del Sacro Cuore di Gesù, accolgono amici e parenti. La madre piange: «Cosa posso fare ormai, non si può fare più nulla. Non posso nemmeno più uscire di casa. Cosa dico ai vicini, alla gente del quartiere».
Sandra prova a scrivere, a raccontare i suoi perché di una bugia che ha provocato tanta violenza. «Scusatemi. Ho visto in tv le immagini delle fiamme al campo nomadi e mi sono sentita male. Mi vergogno da morire: mi sono resa conto solo ora di quello che è successo», scrive. «Ho raccontato quella storia per paura. Vorrei sentire i miei genitori vicini perché ho capito di aver sbagliato. Mi sono inventata quella storia, che erano stati due rom, appena ho visto mio fratello passare per la strada. In quel momento non ho pensato alle conseguenze. Chiedo scusa a tutti e soprattutto a quei bambini del campo. Chiedo scusa a tutta la gente del quartiere per la rabbia che ha suscitato la mia bugia. La colpa è solo mia».
In testa Sandra ha ancora pensieri brutti. Andrà  a visitare le ceneri del campo, il fratello, che ha chiesto scusa con un post su Facebook, è pronto ad accompagnarla. Vuole rendersi conto di quello che ha provocato, prima di lasciare Torino per un po’. «Mamma, mandiamola a Roma, così si sistema tutto», suggerisce un altro fratello.
Le scuse della ragazza potrebbero però non bastare. Nel quartiere, il giorno dopo il raid violento contro il campo abusivo, la gente ha paura. Il finto stupro, la finta pista dei due rom. C’è chi alle Vallette, estrema periferia Nord di Torino, teme l’escalation, la vendetta da parte di chi sabato è stato attaccato dalla follia, senza aver fatto nulla. «Ci hanno bruciato le case, i letti, se eravamo dentro bruciavano anche noi – dice Rambo, uno dei tanti rom che vivono alla Continassa e che ieri è andato a recuperare le uniche cose che le fiamme non hanno distrutto – bene, tanto noi sappiamo dove abitano: una notte di questa andremo noi da loro». Non tutti meditano la vendetta. «Non siamo come loro – dice Fatima, poco più che diciottenne – quelli sono delle bestie, ci potevano ammazzare». Il rischio di ritorsioni, dall’uno o dall’altro fronte è alto. «Voi non capite, qui potrebbe scoppiare la guerra», dicono quattro ragazzi del quartiere. Parole pesanti, sull’onda dell’emozione.
Sabato sera nel corteo erano presenti ultrà  riconducibili a gruppi organizzati della tifoseria bianconera, i “Bravi Ragazzi”, che hanno la base proprio alle Vallette. Al momento sono due gli arrestati per il blitz contro il campo: si tratta di un ragazzo di 20 anni e un signore di 59. L’accusa è di danneggiamento aggravato con matrice razzista. Sarebbero stati visti mentre davano fuoco alle baracche. Sono poi una trentina le persone su cui i carabinieri stanno portando avanti accertamenti dopo il blitz.
«È un fatto gravissimo, con chiari connotati di stampo razzista», dice il procuratore capo di Torino Giancarlo Caselli. Sul fronte tifo organizzato è prudente: «Non ci risulta nulla di ufficiale, ma nella nostra città  vedere una minoranza, per quanto esigua, che si scatena in questo modo è grave». Per il sindaco Piero Fassino quello che è successo «è inaccettabile, a maggior ragione per la città  capitale dell’accoglienza». Il raid violento è comunque «la spia di una situazione di grande difficoltà  e disagio. Bisogna affrontare le ragioni che hanno provocato questo scoppio d’ira».


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