Trattati, vincoli, tempi cosa si decide al vertice

Il piano Merkel-Sarkozy, in discussione nel vertice di Bruxelles, è figlio della micidiale combinazione di fretta e paura, mentre finora i cambiamenti sono stati il frutto di spinte politico-ideali, combinate con gli interessi economici. Questo, forse, può spiegare la difficoltà  di conciliare i nuovi vincoli, dettati dall’emergenza, con un’architettura pensata (al netto di limiti e contraddizioni) per durare nel tempo.

1 La prima domanda, dunque, riguarda proprio il Trattato in vigore. Angela Merkel sostiene che si può cambiare entro marzo. È così?
Il simbolo della Convenzione del 2002-2003, che portò alla stesura del Trattato di Lisbona entrato in vigore nel 2009, era la tartaruga-portafortuna di Valéry Giscard D’Estaing. Cioè tempi lunghi per condividere proposte e decisioni. Ora sarebbe necessaria la velocità  del laser. Il percorso giuridico è laborioso. La strada «ordinaria» prevede che il presidente del Consiglio europeo (oggi il belga Herman Van Rompuy) convochi un’altra Convenzione, in cui siedano i rappresentanti dei capi di Stato e di governo, dei Parlamenti nazionali, dell’Europarlamento e della Commissione di Bruxelles. Questo organismo mette a punto le modifiche, decidendo per «consenso» (quindi senza una vera e propria votazione). Dopodiché entra in azione la Conferenza intergovernativa, composta solo da rappresentanti degli Stati membri, che concorda gli ambiti di intervento con il Consiglio europeo (i 27 capi di Stato e di governo). Tutto questo lavoro, però, si trasformerà  effettivamente in legge costituzionale solo dopo la ratifica da parte dei 27 Stati membri. Basta un solo «no» e si deve cominciare daccapo (è già  successo nel 2005). Ogni Paese procederà , naturalmente, secondo le proprie norme: chi con un referendum, chi con un voto parlamentare. L’ultima volta ci sono voluti più di due anni solo per le ratifiche.

2 Sono possibili procedure «semplificate»?
Sì, il Trattato di Lisbona prevede qualche scorciatoia. Il Consiglio può decidere per esempio di tagliare la Convenzione. Ma lo deve votare all’unanimità  e dopo aver ottenuto il via libera dal Parlamento europeo. Poi si procede come nel caso della procedura ordinaria, ratifiche comprese.
In teoria si potrebbe anche saltare il passaggio della Conferenza intergovernativa, muovendosi sulla base di un progetto presentato da uno Stato membro (e qui sono due: Germania e Francia) o da altri soggetti istituzionali. Le modifiche devono essere approvate direttamente dal Consiglio europeo, dopo aver «consultato» il Parlamento europeo. C’è, però, un problema. Da un lato la politica economica rientra nelle materie per le quali è consentita questa procedura abbreviata, ma solo se non si contempla l’estensione delle competenze dell’Unione Europea. E, secondo gli esperti, il piano Merkel-Sarkozy ha senso proprio perché vuole allargare il raggio d’azione della Ue. Si può aggirare l’ostacolo? A Bruxelles, per definizione, la fantasia giuridica è molto sviluppata. Si potrebbe, quindi, convocare anche solo per un giorno il Consiglio europeo nel formato di Conferenza intergovernativa e quindi tagliare i tempi. Comunque sia, anche qui è prevista la ratifica degli Stati membri.

3 Data questa gabbia giuridica: quali sono i margini per un’iniziativa politica come quella dell’asse Merkel-Sarkozy? Che cosa significa «accordo 17 plus»?
Il Trattato di Lisbona contiene una certa flessibilità  per consentire accordi interni non necessariamente sottoscritti da tutti. Sono le cosiddette «cooperazioni rafforzate». In fondo l’esempio più evidente è proprio l’eurozona. Il «manifesto» Merkel-Sarkozy, dunque, potrebbe diventare la bussola per i 17 Stati di Eurolandia, senza una preclusione formale agli altri Paesi che, via via, dovessero decidere di aderire. Ma ancora una volta ci sono diversi problemi da superare. Il primo è di ordine giuridico-politico. Nel 2004, al momento di entrare nell’Unione Europea, dieci Paesi si sono impegnati ad adottare (nel tempo) anche l’euro. Cipro, Malta, Slovenia, Slovacchia ed Estonia lo hanno fatto, mentre restano ancora fuori Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria, Lettonia, Lituania, oltre a Romania e Bulgaria (sopraggiunte nel 2007). Ora: è possibile concordare tra 17 partner quelle regole che, prima o poi, dovranno valere per 24 Paesi? (Gran Bretagna, Danimarca e Svezia sono svincolate a vario titolo). Possibile, ma non facile.

4 Come possono essere recepite le proposte franco-tedesche?
Alla fine i punti fondamentali della lettera franco-tedesca potrebbero trasformarsi in un nuovo Patto di stabilità , cioè la base giuridica (fuori Trattato) che regola il funzionamento dell’euro. Sul piano della disciplina dei conti l’innovazione più importante sarebbe quella di prevedere «sanzioni quasi automatiche» a carico dei Paesi che superano il 3% nel rapporto tra deficit e Pil. Solo una decisione del Consiglio europeo, presa a maggioranza qualificata (cioè rispettando diversi quorum) potrebbe bloccare le sanzioni (peraltro non ancora definite con precisione). In fondo sanzioni e deferimento anche alla Corte europea erano già  previste nel vecchio Patto di stabilità , devitalizzato nel 2003 (ironia della storia) proprio da Francia e Germania, con la copertura della presidenza di turno italiana. Ora si potrebbe arrivare a un Patto di stabilità  2, prendendo nota delle lezioni del passato.

5 Come funzioneranno i fondi europei di salvataggio?
Per fronteggiare «la fase greca» della crisi europea, è stato istituito l’Efsf (European financial stability facility), il fondo salva Stati. Per semplificare, uno strumento «tappabuchi» per correre in soccorso dei Paesi prossimi al crac finanziario (il «default», come è il caso della Grecia). In parallelo l’Unione si è dotata di un altro fondo, Esm (European stability mechanism), il cui compito dovrà  essere quello di stabilizzare sul medio-lungo periodo gli equilibri finanziari dei Paesi euro. L’Esm, quindi, dovrebbe diventare qualcosa di simile al Fondo monetario internazionale, ma su scala europea. Naturalmente per far funzionare le due leve occorrono molti soldi. La capacità  di intervento dell’Efsf dovrebbe raggiungere i 440 miliardi, mentre l’Esm si dovrebbe attestare sui 500 miliardi. Ora Angela Merkel chiede di anticipare dal 2013 al 2012 l’avvio del fondo strutturale, l’Esm. Come sempre, quando ci sono di mezzo risorse finanziarie, la discussione è aspra. Secondo le indiscrezioni si potrebbe arrivare alla fusione tra i due fondi, con un’unica dotazione di 750 miliardi.

6 Quale sarà  il ruolo della Banca centrale europea?
In tutto questo spicca l’assenza di riferimenti alla Bce, guidata da Mario Draghi. In realtà  il proliferare delle sigle (e dei fondi) deriva proprio dalla difficoltà  di trasformare la Banca di Francoforte nella vera roccaforte dell’Unione Europea, prendendo come esempio quello che è la Fed per gli Stati Uniti. La Bce, per statuto, non può battere direttamente moneta (ma autorizza le banche nazionali a farlo), né è la garante di ultima istanza dei debiti dei diversi Paesi. Il suo compito istituzionale è sostanzialmente uno solo: garantire la stabilità  dei prezzi. Tuttavia al tavolo del negoziato sta maturando una specie di accordo non scritto e non codificabile (tantomeno nel Trattato). I governi si impegnano ad adottare regole stringenti in materia di bilancio e la Bce rafforzerà  la sua attività  di accompagnamento, acquistando i titoli di Stato più traballanti. In attesa che maturino i tempi politici per l’emissione degli eurobond, i titoli del debito europeo garantiti collettivamente da tutti i Paesi della Ue. Forse se ne potrà  riparlare tra tre-quattro mesi, a emergenza (si spera) superata.

7 Che cosa si intende per «integrazione fiscale»?
Al momento è quasi uno slogan, difficile da interpretare in modo univoco. Nicolas Sarkozy, per esempio, vorrebbe armonizzare il carico tributario dei diversi Paesi, in modo da evitare fenomeni di «dumping» fiscale, come quello dell’Irlanda (aliquote agevolate per le imprese). Altri, i più federalisti, rispolverano la vecchia idea delle risorse proprie, cioè di imposte prelevate direttamente dall’Unione (l’Iva comunitaria), in modo da alimentare il bilancio europeo (oggi pari solo all’1% del Pil totale) e liberare risorse per sostenere la crescita.


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