UNA FIDUCIA A TEMPO

È andata bene, si può dire perfino benissimo perché i rendimenti a carico del Tesoro si sono letteralmente dimezzati rispetto all’appuntamento precedente: 6,50 per cento a novembre, 3,25 ieri. Il senso di questo robusto passo indietro è tutt’altro che imperscrutabile. Un mese fa ancora non era chiaro se e quale manovra del nuovo governo sarebbe riuscita a superare senza troppi danni il vaglio parlamentare.E perciò sui mercati continuavano ad aleggiare forti timori sulla tenuta finanziaria del paese anche a breve termine. Il varo definitivo del decreto «Salva Italia» ha sgomberato il campo da ogni dubbio e incertezza sullo stato della nostra finanza pubblica quanto meno per il prossimo anno. In sostanza, è fuori da ogni logica economica immaginare che l’Italia possa andare in «default» nei mesi immediatamente a venire. Ecco perché i sottoscrittori dei Bot semestrali hanno avanzato forti richieste di titoli e si sono accontentati di un tasso d’interesse così più basso rispetto a quello dell’asta precedente.
Una notizia doppiamente buona per le casse pubbliche perché il saggio dei Bot semestrali agisce come indice per la remunerazione anche dei tanti Certificati di Credito del Tesoro in circolazione.
Scendere dal 6,5 di novembre al 3,5 per cento attuale, quindi, comporta per lo Stato un significativo risparmio di esborsi alle successive scadenze di pagamento degli interessi sui Cct. Una boccata d’ossigeno magari non risolutiva, ma comunque utile a rendere meglio sostenibile una situazione di cassa che resta critica.
In termini di fiducia dei mercati, insomma, il risultato dell’asta di ieri dice che il governo guidato da Mario Monti ha riacquistato credibilità , ma una credibilità  a termine misurata sui prossimi mesi e non di più.
Come dimostra il fatto che, sempre ieri, l’ottima performance sui Bot semestrali si è verificata nella stessa giornata in cui il fatidico «spread» sui titoli a dieci anni ha continuato ad oscillare attorno alla minacciosa quota 500. La traduzione logica di questa apparente schizofrenia è presto fatta. Magari non si dubita più che il Tesoro italiano possa far fronte ai suoi impegni a breve e però si continuano a coltivare pesanti incertezze su almeno due punti cruciali.
Il primo è relativo alla capacità  del governo Monti di far digerire le ulteriori medicine necessarie a una maggioranza parlamentare troppo variopinta e riottosa. Giorno non passa, infatti, senza che qualche esponente soprattutto del partito berlusconiano lanci avvertimenti, alzi qualche muro in difesa di questa o quella categoria e ricordi al presidente del Consiglio – come fa lo stesso Berlusconi in prima persona – che la sua permanenza a Palazzo Chigi rimane comunque precaria ed esposta alle oscillanti tentazioni elettorali del Pdl.
Il secondo punto cruciale riguarda la forza del medesimo governo nel rianimare una congiuntura economica interna ormai caduta in recessione con provvedimenti mirati a rimettere in moto un salutare ciclo di maggiori consumi e investimenti. Questa è la vera e più sostanziosa sfida che incombe su Monti e colleghi perché le possibilità  di avviare una ripresa dell’economia impongono una serie di interventi simultanei su una quantità  di fattori che vanno dalla riforma fiscale, alla soppressione delle tante posizioni di rendita privilegiata, ai tagli della spesa improduttiva e così via ridisegnando dalle fondamenta una finanza pubblica che continua a portare il segno infausto della prevaricazione corporativa.
In proposito dal Consiglio dei ministri di ieri troppo poco è trapelato quanto meno sulle linee guida di quella «fase due» con la quale Mario Monti si ripropone di dare qualche scossa benefica a un paese da troppi anni ripiegato su tassi di crescita nulli o quasi nulli. Ed è un peccato perché proprio oggi il governo dovrà  affrontare il secondo e ben più impegnativo banco di prova sui mercati con il collocamento di buoni del Tesoro a cinque e a dieci anni: quelli che più di tutti gli altri danno la misura della fiducia dei finanziatori sulla sostenibilità  del nostro debito pubblico nel tempo. E, purtroppo, il viatico dello «spread» di ieri sempre in altalena attorno alla micidiale quota 500 non autorizza a coltivare grande ottimismo. Forse una meglio calcolata tempestività  nell’informare sui contenuti della «fase due» avrebbe sicuramente aiutato a rendere più favorevoli o meno sfavorevoli gli esiti dell’asta.


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