Davanti ai forconi

Vengono le vertigini, per la voragine di drammi e rivendicazioni, fame e offese che il “movimento dei forconi” ha richiamato. È il ventre di Sicilia, aperto da tempo, che la crisi ha rovesciato per strade e porti. Per la verità  il movimento è un blocco, come capita. E quaggiù sempre vi s’aggiunge la metafora, il segno che rivela verità  mangiate a parole: il blocco nell’Isola bloccata, moltiplicatore d’immobilità .

Gli “imbecilli di sinistra” – peggiori di quelli di destra, diceva Leonardo Sciascia, per il vizio di complicare sempre le cose, specie quando le cose andrebbero semplificate – ora spiegano che “non c’è nessuna rivoluzione in corso”, che “voi non sapete chi c’è dietro”, e così via cantandosela e suonandosela. Come se qualcuno con un minino di lume davvero cercasse rivoluzioni nei padroni dei TIR che rivendicano il consumo a buon mercato di gasolio. E cosa c’è dietro, se non il marasma economico, sociale e persino umano nella Sicilia e nel Sud della crisi? Una crisi che ha colpito tutto il paese, ma per lo squilibrato sistema di welfare e l’elevato grado di evasione e di elusione contributiva, e per essersi sommata adebolezze strutturali aggravate negli anni Duemila, ha scaricato sul Sud gli effetti sociali più drammatici di disoccupazione, scoraggiamento e miseria: meno della metà  di occupati tra la popolazione attiva e licenziamenti “senza paracadute”; imprenditoria (quasi tutta) legata a commesse pubbliche bloccata nella paralisi amministrativa e strozzata dal credito, mentre l’industria mafiosa è l’unica con liquidità ; un terzo della popolazione sotto la soglia di povertà  e crollo dei consumi perfino di beni di prima necessità .

È così che una protesta scomposta, dai programmi generici o minimi ed egoisti – nel ripiegamento localistico di un Sud impoverito e offeso dall’ostilità  diffusa dell’opinione pubblica che conta e abbandonatoalla seduzione di fenomeni culturali deteriori come quello di Pino Aprile (teorico insidioso del “terronismo” a cui non pare vero di vederlo praticato a mani grosse) – raccoglie vasta solidarietà  e simpatia popolare, da parte degli stessi cittadini pur vittime di disagi gravissimi. Ma davvero può sorprendere, in un Paese che ripetutamente si chiedeva del suo Mezzogiorno: “com’è che non scoppia la rivolta”? Il Sud in condizioni da “primavere arabe” finalmente l’ha accontentato – ed è l’ennesima volta, in verità , ché le rivolte sono sempre scoppiate, in questi anni, per acqua, rifiuti e sanità  quasi ovunque, e da Castelvolturno a Nardò. Stavolta il Paese – che accorre a Palermo con le sue migliori firme, gli Aldo Cazzullo che si soffermano sulle “bocche sdentate” – quanto ci metterà  a dimenticare?

Tra i “forconi” si addensano ombre nere e si registrano violenze e intimidazioni di stampo mafioso: e certo non può sorprendere, a chi ha un minino di cognizione delle cose di Sicilia (e d’Italia, dunque) che si siano mossi, persino tra i più attivi organizzatori, uomini in puzza di mafia. In movimenti del genere c’è di tutto, si sa, e le etichette servono solo a camuffare meglio.

Però, il problema principale non sono gli avventurieri neri ma gli sventurati sempre più in balìa, quelli che partecipano in buona fede, che chiedono magari risposte sbagliate a problemi veri (l’accesso al credito, il costo dei prodotti agricoli, la pesca nel Mediterraneo, e così via). La disperazione sociale, che ha provato a sfogare la sua rabbia in proteste troppo al lungo “senza voce”, ora si volge nel vecchio ribellismo meridionale buono a preparare ogni conservazione. Nelle forme di un’antipolitica feroce e brutale vi s’infiltra la peggiore politica, e non è detto che tutto non finisca con il ridare ruolo all’intermediazione impropria dei soliti notabili. Gravi sono i sospetti e i tentativi di strumentalizzazione da parte di personale di riciclo (specie nella galassia autonomista e della destra pidiellina), che è il precipitato purissimo –impurissimo, cioè – degli oltre sessant’anni di classi dirigenti siciliane che hanno ridotto l’isola alla marginalità  e alla dipendenza.

Liquidare la protesta, persino con le migliori ragioni, come fa il presidente della Confindustria siciliana, Ivan Lo Bello, per il fatto che vi siano fascisti, reazionari e mafiosi, rischia solo aggravare le cose e le responsabilità  della politica. Non tutto si può fare a Palermo, e quasi niente. Ma quel “quasi” è decisivo, anche sul piano simbolico, di fronte a un popolo che sprofonda in una miseria che non è mai solo materiale. Perché i piani (e i fondi) per l’agricoltura, per dire, sono bloccati? Il movimento si lamenta della disattenzione dei media per la Sicilia, e così ora vuole risalire la penisola, è già  in Calabria. Ecco, l’Italia forse guarda la Calabria? La Calabria deindustrializzata guarda lo smantellamento delle industrie in Lombardia? L’Europa guarda forse a Lampedusa e i siciliani forse guardano alla Romania? È il naufragio che ci fa tutti ciechi e vigliacchi, ma la politica ha il dovere di tornare a bordo.

Non serve guardare le facce dei capipopolo d’occasione, o le loro storie ambigue, per capire che con gli indignados non c’entrano proprio nulla. Ma se a loro va la solidarietà  di quelli che dovrebbero indignarsi ad ogni età , il problema è di chi avrebbe il dovere di rappresentare questi ultimi nel mondo che s’è guastato. La vasta solidarietà  popolare (di cui Internet e i social network sono espressione genuina) passerà  presto, per le modalità  gravi e sbagliate della protesta e per la mancanza di richieste concrete, a parte quelle prive di ogni buon senso. Però c’è stata. E ci racconta di una grande fallimento: quello della sinistra meridionale e delle sue classi dirigenti, della mancata prossimità  ai bisogni prim’ancora della capacità  di rispondervi. Non c’è più tempo per ricostruirne analisi e ragioni. È accaduto, accade, bisogna solo prenderne atto. Se sono stati i “forconi” a risvegliare la coscienza di un popolo troppo assopito, bene, non avvertiamo noi, la sinistra democratica, una forte responsabilità ? Non si sono mossi alla denuncia del lungo malgoverno meridionale, che sotto il berlusconismo si era rinnovato e riprodotto, provocando buona parte dei disastri di oggi? È vero, ma che importa, se larghi settori delle nuove generazioni, le più offese dal nostro tempo, dopo la lunga e diffusa disaffezione, al primo fruscio di protesta hanno solidarizzato e mostrato tutto il loro disprezzo per la politica. O pensiamo davvero di coinvolgerli, in questo marasma, con le sole cose che dalle nostre parti sembrano appassionarci: primarie, candidature e cavallerie rusticane? Alcuni di loro sono ai blocchi, altri inneggiano su Facebook ai forconi e già  evocano le forche. Sono loro la questione democratica, vecchia e nuova come pane e lavoro. La gente che lavora (sì, anche i “padroncini” – così li chiama la stampa progressista – dei camion e dei trattori) e la gente che non ha mai lavorato, e gli uni e gli altri che non ce la fanno più. Per “cinque giornate” protagonisti e per tutti le altre vittime, in qualche caso anche di se stessi.

Fra un giorno o due passerà  pure questa rivolta (che i giornali borghesi, avrebbe detto Salvemini, chiameranno “rivolta degli ignoranti e degli straccioni”), ma il Sud resterà  della sua fame. È questo che fa male alla causa democratica nel Mezzogiorno, più d’ogni protesta più o meno condivisibile. Cosa c’è davanti ai “forconi”, bisognerebbe chiedersi a sinistra, non dietro. Davanti alla lunga recessione, alla deprivazione materiale e morale, alla mancanza di prospettiva, che fare? Non è vero, si sa che fare, e sono così tante cose che basta solo cominciare.

foto: MARCELLO PATERNOSTRO/AFP/Getty Images


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