Don Verzé, il giorno dell’addio Sequestrata la cartella clinica

MILANO — Oggi ci sarà  l’ultimo saluto a don Luigi Maria Verzé, 91 anni, il fondatore del San Raffaele, morto il 31 dicembre l’ultimo dell’anno per una crisi cardiaca. Dalle 9.30 alle 11.30 il feretro sarà  ospitato al Ciborio che si trova sotto il Cupolone con l’Angelo San Raffaele, simbolo della grandezza di un ospedale sorto dal nulla negli anni Sessanta, ma diventato anche l’emblema della megalomania del prete manager, travolto ultimamente da un’inchiesta giudiziaria per un crac da 1,5 miliardi di euro. Le esequie si terranno alle 14.30 nel suo paese natale, Illasi (Verona), alla Chiesa parrocchiale di San Giorgio. La cerimonia sarà  officiata da monsignor Giuseppe Zenti, vescovo di Verona. La salma sarà  tumulata momentaneamente nella tomba di famiglia, sempre a Illasi. Il suo sogno era di essere sepolto dietro all’altare della cappella della Madonna della Vita, all’interno del pronto soccorso del San Raffaele: ma la sepoltura lì potrà  avvenire solo dopo l’arrivo delle autorizzazioni del caso. Il lutto per la scomparsa di don Verzé s’intreccia fino all’ultimo con le indagini della Procura di Milano per bancarotta fraudolenta e per associazione a delinquere (reato per il quale, però, il sacerdote non risulta indagato). Proprio la delicatezza della situazione ha portato la Guardia di finanza ad acquisire la cartella clinica. Sono stati fotocopiati — su indicazione del pubblico ministero di turno Luigi Luzi — tutti i dati. «È una prassi consolidata — spiega il portavoce dell’ospedale, Paolo Klun, per sgomberare il campo da illazioni, considerate assurde, su una morte non naturale —. Succede sempre per persone coinvolte in vicende finanziarie». Non è stata disposta alcuna autopsia. Ma al centro dell’esame della Procura è finito anche il testamento. Il documento del prete manager è stato sequestrato durante la raffica di perquisizioni seguite all’arresto del faccendiere Pierangelo Daccò, notoriamente in rapporti d’affari con il San Raffaele e indicato come uno dei canali di distribuzione dei fondi neri. Le carte con le ultime volontà  sono tornate in possesso di don Verzé e dei suoi legali solo nei giorni scorsi, con ogni probabilità  tra il 28 e il 29 dicembre. È una coincidenza che va ad aggiungersi ad altri episodi suggestivi della parabola di don Verzé, prima tra tutte la sua scomparsa nel giorno in cui l’ospedale andava all’asta su decisione del Tribunale fallimentare. Ancora. Solo stamattina, come detto, la salma sarà  esposta al Ciborio, dov’è stato celebrato anche il funerale di Mario Cal, il manager morto suicida lo scorso 18 luglio. Ieri e sabato, invece, la camera ardente è stata allestita nella Cappella all’interno della casa del sacerdote che viveva nell’ormai celebre Cascina, insieme con i Sigilli, i suoi fedelissimi. Una scelta che — almeno secondo chi gli è stato vicino negli ultimi mesi — può sottolineare una presa di distanza simbolica dall’ospedale, ormai in mano ad altri. È del 15 dicembre, del resto, la sua decisione di non partecipare più neppure alle riunioni del consiglio di amministrazione della Fondazione Monte Tabor, la holding che guida il polo ospedaliero. L’eredità  materiale di don Verzé è, insomma, incanalata in una procedura sorvegliata dal Tribunale fallimentare. Ad assicurare la sopravvivenza dell’ospedale saranno degliimprenditori vicini al Vaticano o altri ancora (come Giuseppe Rotelli o Gianfelice Rocca). Rimane l’eredità  morale della sua opera, che verosimilmente sarà  portata avanti dai Sigilli. Le più vicine a lui sono Gianna Zoppei e Raffaella Voltolini. È ancora da capire, comunque, se nel testamento don Verzé abbia lasciato a loro anche beni materiali. Il prete manager pubblicamente s’è sempre vantato in modo scherzoso di essere nullatenente e di non percepire la pensione sociale. Ma, ancora poco prima di morire, la questione del sostentamento futuro dei fedelissimi è stata un cruccio. «Io, dalla mia età  ed esperienza vi assicuro che guardo tutto con ottimismo — diceva don Verzé in occasione dei festeggiamenti per il suo 88° compleanno sotto il Cupolone —. So che tutto sta nella grande impresa da Dio con l’uomo avviata. Dio opera solo per il bene anche se, precariamente, il male lo contrasta». Da allora, però, molte cose sono cambiate sotto i colpi di debiti spaventosi, un suicidio, due arresti, avvisi di garanzia della Procura e presunti fondi neri all’estero. Mario Gerevini Simona Ravizza


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