Il deputato pronto al carcere. Lo sfogo: solo motivi politici

NAPOLI — Sta in politica da troppi anni per aspettarsi che anche stavolta la politica lo salvi. Nicola Cosentino lo sapeva: con gli equilibri cambiati e le alleanze saltate, le speranze di riuscire a fermare una seconda volta la magistratura napoletana che lo ritiene vicino alle cosche della camorra casalese, e avrebbe già  voluto arrestarlo per concorso esterno in associazione mafiosa, erano veramente poche. Dopo la dichiarazione di Maroni sembrano non essercene affatto. «Nicola sta come uno che sa che tra due giorni dovrà  andare in carcere», racconta chi ha avuto modo di passare ieri qualche ora con lui. Prima di andare in carcere, però, andrà  a Roma. A Montecitorio. Il giorno del voto in Aula vuole esserci anche lui, come fece pure Alfonso Papa, che raccolse gli abbracci dei compagni di partito e poi si avviò con l’avvocato verso Napoli, destinazione Poggioreale. Una scena che potrebbe ripetersi pari pari dopodomani. 
«Chiederò di essere interrogato e chiarirò tutto», aveva detto quando seppe della nuova ordinanza di arresto nei suoi confronti, stavolta con l’accusa di aver favorito un’operazione di riciclaggio della camorra, facendo pressioni con la Unicredit per fare ottenere a un imprenditore legato ai casalesi l’apertura di una linea di credito per cinque milioni e mezzo. E visto che di chiarire tutto non gli era riuscito, e che anzi non gli era riuscito nemmeno di farsi interrogare, se ne era lamentato, dicendo di sentirsi un perseguitato. Ma di persecuzione, nelle carte dell’inchiesta depositate alla Camera, non hanno trovato tracce nemmeno i leghisti, e Cosentino fatica ad arrendersi al nuovo scenario. Ne ha parlato con quelli del Pdl che gli sono più vicini, ne ha parlato con il suo avvocato. Si chiede come abbiano fatto quelli del Carroccio a cambiare idea rispetto all’altra volta. «Se prima il fumus c’era, perché adesso non ci sarebbe più, visto che i magistrati sono gli stessi e l’ambito di indagine anche?». La risposta però lui la sa: perché stavolta la Lega non deve niente a Berlusconi, non deve niente al Pdl e non ha quindi motivo di dire no alla magistratura. È questo il ragionamento che fa Cosentino e che fanno quelli che gli sono intorno. E che ora dovranno rassegnarsi anche ad avere un nuovo coordinatore regionale. E anche il fatto che di un avvicendamento in quell’incarico che Cosentino si è sempre tenuto strettissimo, perché il suo potere nel Pdl campano era inattaccabile, si sia cominciato a parlare già  da qualche settimana, indica che l’autorizzazione all’arresto nel partito se l’aspettavano. Perfino Luigi Cesaro, il presidente della Provincia di Napoli grande amico di Cosentino e suo coindagato, l’aveva ammesso: «Dovremo trovare un’altra soluzione».


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