Il Giglio contaminato, scatta l’emergenza

Alle nove del mattino, sotto un cielo terso e di fronte a un mare calmissimo, il primo sguardo che si incontra a porto santo Stefano è quello di Giuseppe Girolamo, il musicista che si trovava sulla Costa Concordia e che a tutt’oggi risulta fra i dispersi. La sua immagine è appesa ovunque e sarà  sempre il suo volto fotografato, con sotto l’appello dei famigliari, ad accogliere chi sbarca all’isola del Giglio sfiorando il pachiderma arenato della nave. Quando l’enorme barca sarà  rimossa, non tutto sparirà : lo scoglio conficcato nello scafo squarciato sarà  una stele funeraria in ricordo delle vittime, un memorial dell’inadeguatezza umana. 
Il relitto, un molosso di trecento metri, è circondato da bande assorbenti perché la contaminazione ambientale è già  in atto. Eppure sul traghetto che attraversa quel tratto di Tirreno, cinquanta minuti di navigazione, ci sono solo posti in piedi. Vigili del fuoco, polizia, volontari dei soccorsi, protezione civile, ma pure tanti turisti «del disastro». Coppie venute dalla mattina alla sera, addirittura da Parma, per «vedere da vicino questa cosa brutta» o perché, dice un signore cadendo dalle nuvole, «mia moglie è tanto tempo che desiderava vedere questi luoghi così belli dell’arcipelago toscano…». L’isola scoppia, è invasa dalle persone – circa mille fra soccorritori e giornalisti e altrettanti sono i curiosi venuti a scattare foto souvenir, complice il sole del weekend – e da pezzi di plastica, legno, ferro, targati Costa Concordia che le mareggiate portano a riva, fra gli scogli e nelle calette. La paura più grossa degli abitanti però – circa settecento in inverno – è che venga chiuso il desalinatore (per inquinamento), bloccando l’afflusso dell’acqua per tutti. 
Dalla mattina, inoltre, sono ricominciate le operazioni di ricerca nel relitto e purtroppo alle 13 e 30 è stato trovato, a poppa, il cadavere di una donna. Fino ad ora si è scandagliata tutta la parte emersa della nave (da ieri con le telecamere a fibre ottiche), anche la cabina del comandante Francesco Schettino. Sono stati recuperati oggetti, effetti personali ma soprattutto carte e documenti. E l’inchiesta potrebbe essere giunta a una svolta importante. I sommozzatori dei carabinieri avrebbero recuperato l’hard disk, strumento preziosissimo per gli inquirenti: contiene le immagini registrate di quella notte sciagurata sulla plancia di comando. Ma al Giglio da ieri, se è possibile, c’è ancora più subbuglio: è scattato lo stato di emergenza deliberato dal Consiglio dei ministri, sono arrivati il presidente del Senato Renato Schifani e il commissario Franco Gabrielli, che ha catalizzato con piglio militaresco tutta l’attenzione. Dopo una riunione con le varie unità  di soccorso presenti sull’isola ha chiamato a raccolta la stampa mondiale e ha fatto sapere di non aver apprezzato molto la «polifonia delle informazioni» che hanno preso il volo in questa concitata settimana. La tragedia della Concordia da adesso in poi «avrà  una voce unica, quella della struttura commissariale». Gli altri, silenziati. Gabrielli ha annunciato di voler contare i soccorritori e decidere così chi resterà  sull’isola, chi serve e chi no. Tra le priorità , ha inserito un meeting con il procuratore: la nave è sotto sequestro per le indagini e questo non facilita la corsa contro il tempo, soprattutto per l’emergenza ambientale che ormai è una realtà  e non solo un rischio futuro. Tre le fasi operative: la ricerca dei passeggeri che mancano all’appello (il bilancio è di 12 morti e 21 dispersi), la scelta fra imbrigliamento o messa in asse della nave – l’ancoraggio è stato escluso – il recupero delle 2400 tonnellate di carburante. «Non sappiamo se le due operazioni – ricerca delle persone e bunkeraggio – siano sovrapponibili», dice il capo della Protezione civile. Il tempo stringe perché il mare è già  contaminato. Non lo dice solo il commissario, ma anche Gaetano Benedetto, direttore delle politiche ambientali del Wwf. «È affondata una piccola città  galleggiante. Si parla tanto di carburante e del pericolo della sua dispersione in mare, ma la nave sta rilasciando molti agenti velenosi: materiali elettronici (solo un esempio: i cellulari a bordo e le batterie), solventi, lacche, vernici, oli da cucina, derrate alimentari per 4000 persone, detersivi. Una bomba ecologica è in atto da una settimana. L’alterazione dei fondali è già  avvenuta, soprattutto sul luogo dell’impatto. Le sostanze inquinanti hanno al momento un rilascio lento, la nave paradossalmente fa da contenitore. Non c’è tempo da perdere, bisogna agire. Solo l’operazione del recupero carburante richiederà  almeno un mese di lavori e non si può contare sempre su condizioni meteo favorevoli». Ma c’è in corso un dibattito serrato tecnico scientifico (una lite?) fra Smit, impressionante chiatta anti-inquinante chiamata in campo da Costa Crociere e la Castalia, che lavora per la tutela dell’ambiente a stretto contatto con il ministero. «Il ministero – continua Benedetto – ha fatto bene a chiedere una sicurezza aggiuntiva data la complessità  della situazione. Smit ipotizza una operazione in due fasi, un doppio transito del carburante con appoggio sul pontone, ma capitaneria e ministero la ritengono troppo a rischio». Il vero problema è un altro e sta a monte: se l’isola del Giglio fa parte del parco naturale dell’arcipelago toscano – il più grande d’Europa, 60mila chilometri quadrati di superficie – non così il mare che la circonda. L’area marina non è protetta, nonostante faccia parte del Santuario dei cetacei e i suoi fondali custodiscano un ecosistema intatto (è considerato il paradiso dei sub), specie a rischio come i cavallucci marini o le pinne nobilis, madrepore quali la gorgonia a sedici metri di profondità . Il sindaco Ortelli, lista Pdl, oppositore della riserva naturale marina, è stato eletto il 10 giugno del 2009 proprio nel giorno in cui veniva avvistata – nella zona di Campese – la foca monaca ritenuta estinta, racconta Marina Aldi, guida ambientale escursionistica del parco e referente di Italia Nostra per Giglio e Elba. «Il parco marino avrebbe goduto di una cartografia aggiuntiva – incalza Benedetto del Wwf – Sarebbe stato segnalato da speciali boe. Certo, questo forse non avrebbe evitato la catastrofe, ma avrebbe creato qualche precauzione in più. La questione delle rotte va affrontata seriamente in tutto l’ambito del Mediterraneo e nel Santuario dei cetacei (Provenza, Liguria, Toscana, Sardegna, Corsica, ndr). Passano di qui sessanta milioni di tonnellate di prodotti petrolchimici, il rischio è troppo grande. La navigazione si ispira al libero transito, la rotta si fa sulla base del vento. Ma il mondo è cambiato dal Settecento: ora la battaglia non è solo ambientalista, c’è da salvaguardare – oltre alla fauna e alla flora – anche tutto il mondo economico e di sostentamento che gira intorno alle attività  della pesca e turismo».


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