Imbarazzo nel Pd che vuole contare: ha tre posizioni

by Editore | 4 Gennaio 2012 8:13

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ROMA — Il Pd è pronto ad affrontare la riforma del mercato del lavoro. «Con atteggiamento costruttivo», puntualizza Stefano Fassina. «Non abbiamo paura di misurarci con questo tema: abbiamo una nostra proposta complessiva in materia e vogliamo discuterne con il governo», spiega Bersani, che l’altro ieri ha parlato con Monti.

Già , questa volta il Partito democratico non vuole che si vada avanti, come è stato per la manovra, con quella che qualcuno, a Largo del Nazareno, ha ribattezzato la «politica dell’aggiungi un posto a tavola». Il Pd, infatti, non intende essere chiamato all’ultimo momento, per una breve consultazione e un altrettanto rapido braccio di ferro: il governo deve confrontarsi con le parti sociali, ma anche con le forze politiche che lo sostengono. Dopodiché il segretario è ben conscio di non poter ottenere tutto quello che chiede: «Monti però deve sapere che se ci sono dei punti che noi non condividiamo lo spiegheremo al nostro elettorato. Pur sostenendo con responsabilità  l’azione del governo, non rinunceremo alle nostre idee e alle nostre critiche».
Una sottolineatura doverosa, quella di Bersani. Del resto, oltre alle pressioni della Cgil, il Pd deve fare fronte anche all’ascesa delle forze alla sua sinistra. L’occhio è rivolto sopratutto al Movimento 5 stelle di Grillo che, secondo i sondaggi, ha superato quota 4 per cento. Il Partito democratico non vuole «metterci la faccia», ma ha capito che, comunque, nel bene e nel male, le decisioni di Monti avranno ripercussioni sulle forze della maggioranza, perciò meglio mettere dei paletti e non rimanere alla finestra. Avverte Fioroni: «Il governo non può pensare di fare a meno della politica e delle parti sociali. Io sono contrario alle trattative infinite, però non si può pensare di saltare certi passaggi, perché alla fine è il governo che rischia di farsi male». Per questa ragione a Fioroni non piace la decisione del ministro Fornero di incontrare i sindacati separatamente: «Mi sembra una logica alla Orazi e Curiazi». Qualche perplessità  sull’atteggiamento della titolare del Welfare sembra averla anche Fassina: «È un bene che si sia chiarito subito che la riforma dell’articolo 18 è fuori dal tavolo, però sarebbe utile anche evitare certe provocazioni: renderebbe meno complicato il confronto».
Ma quello che si appresta ad affrontare un tema così delicato come la riforma del lavoro è un partito unito, o come da tradizione, diviso? In realtà  le posizioni sono tre. C’è quella più rigida della Cgil e dell’ala sinistra del Pd, minoritaria nei gruppi parlamentari, maggioritaria nell’apparato del partito. C’è la posizione Ichino, sposata dai veltroniani, forte tra i deputati, maggioritaria tra i senatori. E, infine, ci sono gli ex cislini e gli ex ppi che sostengono una variante della posizione Ichino, quella proposta da Tito Boeri, che chiude ai licenziamenti. Alla fine il Pd adotterà  un mix di queste due linee (Ichino e Boeri), ossia assumerà  un’impostazione molto simile a quella di Fornero. Il che significa che la posizione della Cgil è destinata a finire in minoranza. Ma al Partito democratico sperano che il sindacato decida alla fine di fare buon viso a cattivo gioco.

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