«Avevo 6 camion ora faccio la fame»

BORGOGRAPPA (Latina) — «Vogliono sostituirci con i romeni che lavorano 18 ore al giorno e mangiano una volta sola!». «L’assicurazione è aumentata del 30 per cento in un colpo!». «Fini e Rutelli non perdono una vacanza alle Maldive coi soldi nostri!». «Avevo una pizzeria, pizzeria Ippocampo, ho dovuto venderla quando mi è arrivata la tassa dei rifiuti: seimila euro!». «La Merkel è peggio di Hitler!».
I petrolieri e Sarkozy, Monti e gli immigrati, Equitalia e le banche, Bruxelles e i casellanti di Ferentino: al chilometro 83 della Pontina ce l’hanno con il resto del mondo, ma in particolare con «i politici che guadagnano 15 mila euro al mese e i sindacalisti che prendono le mazzette. Per questo, appena arrivano qui i siciliani, marceremo su Roma: se hanno arrestato Schettino, devono arrestare e processare tutti i politici, da D’Alema a Berlusconi. Tutti!». Coro di clacson. Unica bandiera, il tricolore. Mai vista una rabbia così senza un vessillo, un cartello, uno slogan, uno straccio di partito, di organizzazione, di leader che non sia il generale Pappalardo venuto a portare «la solidarietà  dell’Arma dei carabinieri», in realtà  a fare la mosca cocchiera di rivoltosi che a malapena lo sopportano. Mai visti ribelli che non si coprono il volto, non rifiutano di dire i loro nomi, anzi li urlano e controllano se hai scritto giusto, «Pacini Sergio, non Pasini, Palermo Ancona Como Imola Napoli Imola, 48 anni, detto Albatros».
Albatros è il capo degli autotrasportatori che presidiano la Pontina, l’arteria che collega Roma e Napoli lungo il mare. Il Sud comincia presto, al primo blocco di Pomezia: ritratti di Padre Pio, maglie di Maradona. Si rallenta anche allo svincolo di Latina. Poi, nei campi bonificati dal Duce, con le bufale e il Circeo sullo sfondo, ecco i due presidi: quello dei trattori, con il tricolore e la scritta «Politici e sindacati ladri autorizzati»; e quello dei camion. Albatros racconta fiero di essere «figlio e nipote d’arte. Mio nonno Pacini Sandro passò dai carretti ai Tir, mio padre Pacini Antonio fondò con mio zio Pacini Luigi la Autotrasporti Pacini, e a me tocca chiuderla. Ho cominciato con quattro camion e ne ho uno solo. Faccio parte di Trasporto Unito. Noi non vogliamo la marcia su Roma, vogliamo solo parlare con il governo. Ma qui la gente non la teniamo più, i colleghi arrivano spontaneamente, ci sono presidi a Fondi, ad Aprilia, a Tor Tre Ponti. Quando abbiamo protestato cinque anni fa, gli automobilisti ci maledivano. Ora ci dicono bravi. Con noi ci sono commercianti, artigiani, piccoli imprenditori strozzati dal fisco. Tutta gente che non ce la fa più». Cosa chiedete? «Tariffe agevolate per il gasolio, le autostrade, le assicurazioni. Un costo di sicurezza, insomma un minimo garantito, di un euro e 40 il chilometro. Lo sa quanto dobbiamo attendere per scaricare in una piattaforma logistica? Otto, nove ore. Lo sa quando ci pagano? Dopo 120, 140, anche 160 giorni: facciamo da banca ai nostri committenti. Siamo una categoria che sta andando fuori mercato. E le banche non fanno credito alle categorie fuori mercato».
I più arrabbiati dicono che aspettano i siciliani per marciare su Roma. Ma quasi nessuno conosce i capi del «movimento dei forconi» o quelli di «Forza d’urto». Inutile orientarsi nel caos di sigle, di gruppuscoli dai nomi immaginifici, di capetti e mestatori. Latina ha una vecchia tradizione di destra, gli scioperi dei camionisti dal Cile di Allende alla Francia di Jospin sono considerati reazionari, ma qui l’indignazione è distribuita in modo equanime tra Polverini e Bersani, per non parlare di Monti; «e alla prima bandiera di partito o di sindacato che vediamo, si torna tutti a casa». Certo, fa pensare che l’epicentro della rivolta si sia spostato da Palermo, luogo di nascita della mafia, a Fondi, testa di ponte della camorra. Ma ai blocchi nessuno si nasconde, tutti urlano prima il cognome e poi il nome come alla visita militare, parlano con orgoglio e con angoscia del lavoro che c’era e non c’è più. «Fiorucci Sergio, 68 anni. Avevo sei camion, ne ho venduti quattro. Se vuoi mangiare e non lasciare i debiti, devi vendere». «D’Aversa Romano, settant’anni. Ogni autista mi costa 900 euro di contributi. O lavori in nero, o licenzi». «Io sono Palombo, della ditta Palombo. Abbiamo otto camion, tutti fermi».
I trattori con il tricolore sono del Cra, Comitati riuniti agricoli. Il presidente si chiama Danilo Calvani. «Coltivo ortaggi, lattuga, grano. Avevo cinquanta operai; ora ne ho due. Equitalia mi sta mangiando tutto. L’azienda è fallita, all’asta. Ma alle aste non si presenta mai nessuno, già  otto sono andate deserte qui in zona, perché sanno che noi siamo pronti a resistere, noi gli ufficiali giudiziari non li facciamo entrare». Con chi ce l’avete? «Con i nostri sindacati, tutti, Coldiretti e Confagricoltura, che ci hanno svenduti in cambio del pizzo di Stato. Vogliamo indietro i 40 mila miliardi della Federconsorzi. Vogliamo la chiusura del corridoio verde, che fa arrivare in Italia senza controlli il grano del Nord Africa che costa un decimo del nostro. Vogliamo pagare 15 euro di contributi per operaio, come qualche anno fa, e non 28, come adesso. Vogliamo i soldi della truffa delle quote latte, perché i nostri allevatori non hanno mai sforato: la colpa è delle società  fantasma, che importavano latte in polvere e lo facevano risultare latte italiano! E per avere tutto questo, appena arrivano i siciliani, marciamo su Roma. Se non ci ascoltano, tra un mese sarà  guerra civile!». I dipendenti sono a fianco dei padroncini. «Sarallo Gianluca, sei macchine, tutte ferme. Un tempo facevo tre viaggi alla settimana a Milano. Oggi uno, due quando va bene». «Fiorucci Emanuele, tre camion, anche i miei tutti in garage». «Io sono Cucinotta Roberto. Sono parente dell’attrice, sa? Come sarebbe “davvero?”. Glielo giuro! Nato a Messina, purtroppo arrivato qua. Faccio l’autista per la Palombo ma il lavoro è finito. Mio padre faceva il floricoltore. Ora è invalido, ha il diabete, gli hanno tagliato un dito, è in dialisi, sta diventando cieco. Mia madre doveva prendere la pensione ma grazie alla riforma non l’avrà . Listo a campa’ io. Ma con il mutuo come faccio?».
Le richieste di categoria sono precise, nette, forse impossibili ma almeno comprensibili. Quando invece si passa alle rivendicazioni politiche, non si va oltre ai processi e se possibile alle forche per «tutti i ministri di tutti i governi degli ultimi vent’anni». Per la mediazione si candida il generale Antonio Pappalardo, che è qui con cravatta e sciarpone rosa da impresario ma è stato carabiniere, sindacalista del Cocer e deputato socialdemocratico. Ora la rivolta l’ha sottratto alla musica. «Ormai faccio il compositore. Un mio oratorio è stato eseguito in Vaticano, sa? Stavo giusto componendo un’opera in tre atti dedicata alla Maddalena, per un’importante teatro di New York e un altro di Mosca, no, mi spiace i nomi non glieli posso dire, quando gli amici di Latina si sono ricordati di me. Del resto sono stato un bravo sindacalista: se Epifani va in mezzo agli operai, lo menano; quando vedono me, i carabinieri che vigilano sui presìdi mi abbracciano. E ora porterò tutti a Roma, a parlare con l’unico interlocutore che riconosciamo: il capo dello Stato Giorgio Napolitano». E gli altri? «Li mandiamo sotto processo. È tutto scritto qui, nel nostro Manifesto. Si chiama Documento per la sopravvivenza». Parlare con Monti non le basta? «Sarebbe inutile. Monti è un portaordini dei burocrati europei. Ma noi non dobbiamo guardare al Nord Europa, il nostro territorio naturale di espansione è il Nord Africa!». Per sua fortuna, gli agricoltori rovinati dal grano nordafricano sono già  tornati ai trattori. Il generale Pappalardo ha anche fondato il suo movimento, Dignità  sociale. «Le piace il simbolo? Un camion con cassone tricolore, simbolo degli autotrasportatori, da cui fuoriescono tre spighe di grano. In alto, il pennacchio rosso e blu dei carabinieri. Il contadino crea la ricchezza, il camionista la trasporta, il carabiniere la difende». Che c’entrano i carabinieri? «Quando la situazione precipita, le forze dell’ordine devono scegliere se stare con il regime o con il popolo. Conosco le forze dell’ordine italiane. Staranno con il popolo». I camionisti però sembrano poco persuasi dai proclami del generale, a loro interessano di più i casi propri. «Tonello Walter, 60 anni, 30 alla Giove System service, trasporto patate, mille euro di pensione. Ogni tanto mi richiamavano per un lavoretto: alla Findus di Cisterna, alla Margherita di Torsanlorenzo. Ora non più. Con il gasolio a un euro e 70, costa meno trasportare le patate con la Ferrari. E ai mercati generali vedi i lavoratori che frugano nell’immondizia, in cerca di qualcosa da portare a casa». «De Angelis Pietro. La mia azienda si chiama The Best.com, abbiamo due camion. Trasportiamo animali, vitelli maiali pecore, e il lavoro non ci manca: non si ha idea di quanti vitelli, maiali, pecore si mangino chi ha ancora i soldi. Sono qui per solidarietà  con i colleghi che non ce la fanno più».
Al netto del populismo e delle sciocchezze, al di là  dell’evocazione continua della marcia su Roma, colpisce un dato politico. La protesta nasce in Sicilia, cresce al Sud, punta sulla capitale. I toni sono da Lega del Mezzogiorno: rivolta contro il potere centrale, sindacalismo del territorio, orgoglio sudista. Scende la notte, fa freddo. Si accendono i roghi, girano termos con il caffè e bottiglie di chinotto. I padroncini nel buio sono macchie fosforescenti, hanno indossato la giubba d’emergenza per essere visti dalle auto che li sfiorano. Qualcuno assicura che i siciliani arrivano domani, qualcuno dice al più tardi giovedì. «Ha notato che non esistono più le “trattorie dei camionisti”, come una volta? È perché i camionisti, di soldi per mangiare in trattoria, non ne hanno più».


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