«Potete ritirarvi prima del 2014»

KABUL — La neve che cade su Kabul non riesce a coprire il filo spinato, i blocchi di cemento, le mitragliatrici sulle torrette e la sensazione di entrare in una fortezza sotto assedio. L’uomo che lo stilista Tom Ford ha definito dieci anni fa il più elegante del pianeta qua dentro sembra essere diventato il più solo. Anche se proclama subito: «Sono circondato da molte persone. Sto bene». Poi ammette: «Non posso dire di essere felice, sarei più felice fuori da questo palazzo». Hamid Karzai indossa un abito tradizionale grigio scuro. Sulla scrivania le foto del figlio Mirwais, 5 anni, e del re Zahir Shah. Il presidente afghano è allegro, quasi euforico. Il tic nervoso agli occhi diventa molto frequente solo dopo i primi venti minuti d’intervista.
Mercoledì arriva a Roma, incontra Giorgio Napolitano («il vostro capo dello Stato mi ha regalato la miglior foto che mi abbiano mai scattato»), il giorno dopo firma con il premier Mario Monti l’accordo bilaterale tra l’Italia e Kabul. «Alla fine degli anni 90 venivo da voi anche quattro-cinque volte l’anno. Per incontrare sua maestà  Zahir Shah, in esilio, e per organizzare la campagna contro i talebani al potere. Conosco la capitale molto bene, ho camminato e camminato, in ogni strada e in ogni vicolo. Questa volta purtroppo non posso permettermelo. Sono 11 anni che non giro da solo per Roma». 
Nel 2014 lei deve lasciare la carica, come stabilito dalla Costituzione. Vivrà  in Afghanistan o sceglierà  di stabilirsi all’estero?
«Sì, per fortuna vado in pensione. Resterò nel mio Paese, voglio che mio figlio frequenti le scuole qui almeno fino alla fine del liceo. Dopo potrà  decidere dove studiare».
Sabato ha aperto il discorso davanti al Parlamento ricordando i 49 politici e funzionari afghani ammazzati nell’ultimo anno. Ha paura di essere ucciso?
«Non vado a letto terrorizzato e non mi sveglio terrorizzato».
La fase di transizione è cominciata, la data prevista per il ritiro delle forze Nato è il 2014. Preferirebbe che gli occidentali se ne andassero prima?
«Se il processo viene accelerato e il ritiro avviene prima, non c’è problema. Noi siamo pronti. Se viene completato nel tempo deciso, va bene lo stesso. Il popolo afghano non perderà  le conquiste ottenute. Non sono preoccupato da un ritorno dei talebani con le armi. Se torneranno grazie al processo di pace, sono i benvenuti».
Gli europei e gli americani stanno pensando di ridurre il numero di poliziotti e soldati afghani da addestrare prima del ritiro. La crisi economica pesa sugli aiuti.
«L’importante è raggiungere la pace. In quel caso, non serve un grande esercito. Dobbiamo rimanere con le forze di sicurezza che possiamo permetterci, non vogliamo che i contribuenti italiani paghino gli stipendi ai nostri agenti o militari per sempre».
Il rapporto americano Afghan Intelligence Estimate prevede che il suo governo sarà  sempre più inefficace e avrà  influenza solo nelle città .
«Quel dossier non riflette la realtà . Ci vogliono impaurire, tenerci in scacco. Il Pentagono, il segretario alla Difesa, il segretario di Stato ci elogiano: le vostre forze armate migliorano, sono pronte. L’intelligence dice il contrario. Si mettano d’accordo tra loro».
Ha visto il video che mostra un gruppo di marines urinare sui cadaveri di tre presunti talebani?
«Questi abusi, come anche i raid e le perquisizioni notturne o le vittime civili, sono causa degli attriti più gravi con gli Stati Uniti. Abbiamo chiesto più volte che la situazione cambi, vogliamo che la sovranità  afghana e la sacralità  delle case vengano rispettate. Non possiamo causare morti tra la gente in nome della protezione contro il terrorismo. Ci sono stati dei miglioramenti, ma non siamo ancora soddisfatti». 
All’inizio lei si è opposto alla creazione di una sede per i talebani in Qatar, uno dei primi passi nelle trattative con Washington. Ha paura che i negoziati le vengano sottratti e controllati dagli americani?
«Avremmo preferito che quell’ufficio venisse aperto in Afghanistan, i talebani appartengono a questo Paese, perché dobbiamo incontrarci da un’altra parte? Il dialogo tra gli Stati Uniti e i talebani non è il processo di pace. Quello può essere solo un’iniziativa afghana».
Per andare in Qatar i capi talebani dipenderanno dalle concessioni pachistane. Non è garantire a Islamabad troppa influenza sulle trattative?
«Ce l’ha comunque: il quartier generale e le case dei talebani sono in Pakistan, significa che i pachistani sono in contatto con la leadership. Anche Islamabad dovrebbe volere la pace in Afghanistan, la nostra stabilità  è nel loro interesse».
I talebani rifiutano la Costituzione, che sancisce la parità  tra uomini e donne. I gruppi per i diritti umani temono che le donne possano essere svendute in cambio di un accordo con i fondamentalisti.
«Non succederà  mai. Anche se il governo afghano lo volesse, la gente si opporrebbe».
Sua moglie Zinat è incinta. Sarebbe contento, se fosse una bambina?
«Lo spero. Sarei molto felice». 
Zinat non appare mai al suo fianco in pubblico. E’ per ragioni di sicurezza o lei teme di irritare la società  afghana ultraconservatrice.
«Siamo una famiglia tradizionale, istruita e urbana. Mia moglie ha studiato medicina all’università , ha lavorato in Pakistan in un ospedale per i rifugiati. All’inizio partecipava alle cerimonie, sempre meno da quando è nato nostro figlio, resta a casa con lui. Non è vero che gli afghani non siano pronti a una first lady: siamo stati i pionieri tra i musulmani. La regina Soraya si presentò senza il velo».
Sir Simon Gass, diplomatico britannico e Alto rappresentante civile della Nato qui a Kabul, sostiene: «All’Afghanistan ci vorranno trent’anni per diventare una nazione democratica a tutti gli effetti».
«La democrazia si sviluppa con facilità  in questo Paese perché abbiamo una tradizione profondamente egualitaria. Le consultazioni sono radicate nelle nostre usanze. In dieci anni, i giornali e le televisioni sono diventati tra i più forti e tenaci in questa parte del mondo. Edificare le istituzioni è un altro discorso: richiederà  tempo, almeno un decennio. Perché non abbiamo una cultura del servizio pubblico, perché i partiti vogliono entrare nel governo solo per distribuire favori e posti di lavoro».
Secondo Transparency International, l’Afghanistan è una delle nazioni più corrotte al mondo. Dal 2005 all’anno scorso, è scesa dal 117° posto al 180°, peggio risultano solo la Somalia e la Corea del Nord. E’ accaduto mentre lei era al potere.
«Quali criteri usano? Non sono d’accordo. E’ vero c’è corruzione, locale e internazionale. Troppi soldi sono arrivati tutti in una volta e sono stati spesi male, per contaminare. Ma siamo messi molto meglio di altri Paesi nella nostra situazione. Non faccio paragoni con la Svezia. Il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale ci hanno elogiato per i progressi nella trasparenza dei conti al ministero delle Finanze».
Il Fondo monetario in realtà  aveva sospeso un prestito da 70 milioni dollari dopo lo scandalo della Kabul Bank.
«Non era tanto per la Kabul Bank ma per una disputa tra noi e gli Stati Uniti. La crisi della banca è stata terribile, così tanto denaro è andato perduto in prestiti sbagliati, cattiva gestione, truffe. Ho perfino ricevuto informazioni errate dal mio governatore della banca centrale».
Suo fratello Mahmoud era tra gli azionisti di riferimento della Kabul Bank e ne ha ricevuto prestiti.
«Non sono un banchiere, non so se ricevere un prestito dalla banca di cui si è azionisti sia contro le regole. Se lo è, ha la mia disapprovazione».


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