Ma Gramsci non è un maestro di liberalismo

In un’appassionata riflessione sull’Europa, pubblicata sulla rivista Reset, Napolitano ha scritto: «Per comprendere e affrontare le sfide di un’economia di mercato globalizzata, rimuovendo incrostazioni corporative e assistenzialistiche nel nostro Paese, la lezione di Luigi Einaudi può suggerire riflessioni molto stimolanti». Perciò Napolitano ha dato un giudizio severo sui «dogmatismi e schematismi» che, a seguito dell’incipiente guerra fredda, spensero nella sinistra la capacità  di «distinguere le verità  del “liberismo” einaudiano e più in generale dell’approccio ideale e politico liberale, nella varietà  delle sue voci».
Nel suo commento su l’Unità  Giuseppe Vacca approva senz’altro le affermazioni di Napolitano, ma, direi, con alcune significative restrizioni e precisazioni. Scrive infatti Vacca (e vale la pena di riportare per esteso le sue parole): «Non mi pare dubbio che Giorgio Napolitano si riferisca principalmente all’azione di governo di Einaudi ministro dell’Economia per un anno del primo governo centrista di De Gasperi. È l’Einaudi della stretta deflativa dell’estate 1947 che costò “lacrime e sangue” ai lavoratori e nella retorica delle sinistre divenne il primo atto della “restaurazione capitalistica”. La ricerca storica ha fatto giustizia di quel giudizio: la manovra economica di Einaudi spense la divorante inflazione, diede impulso agli investimenti industriali e stabilizzò la moneta consentendo all’Italia (…) di creare le premesse per cui (…) poté avere inizio quella straordinaria stagione di riforme che consentì la creazione di una moderna “economia mista”, di concorrere alla nascita della Cee e di gettare le basi del successivo “miracolo economico”». Queste considerazioni di Vacca sulla politica economica einaudiana del dopoguerra mi sembrano senz’altro condivisibili, e, certo, fa piacere che la cultura postcomunista getti alle ortiche gli aspri giudizi che il Pci (e il Psi) diedero sulla «manovra Einaudi» del 1947. Fa tanto più piacere in quanto ancor oggi si leggono, in storie della «prima Repubblica» redatte da studiosi di sinistra, le stesse condanne che vennero formulate allora, nel 1947, verso l’azione di Einaudi.
Detto questo, però, a me pare che l’interpretazione che Vacca dà  delle affermazioni di Napolitano in qualche misura le depotenzi e le limiti fortemente. A me sembra infatti che il presidente della Repubblica abbia voluto fare qualcosa di più che rivalutare la «manovra Einaudi» del 1947: egli ha voluto dire che «l’approccio ideale e politico liberale, nella varietà  delle sue voci», è una strumentazione concettuale fondamentale per orientarsi negli enormi problemi del mondo di oggi, e per affrontarli. Cioè ha fatto una riflessione assai più ampia e di più largo respiro.
Del resto colpisce che, nel corso del suo articolo, Vacca senta il bisogno di riesumare la distinzione «fra il liberismo come politica economica e il liberismo come bandiera ideologica agitata propagandisticamente per nascondere determinati propositi e interessi». E per suffragare meglio tale distinzione Vacca cita una nota dei Quaderni del carcere di Gramsci, in cui il pensatore sardo afferma che «anche il liberismo è una “regolamentazione” di carattere statale, introdotto e mantenuto per via legislativa e coercitiva: è un fatto di volontà  consapevole dei propri fini e non l’espressione spontanea, automatica del fatto economico». Pertanto, conclude Gramsci, anche il liberismo «è un programma politico».
Su queste osservazioni del pensatore sardo si può, io credo, convenire senz’altro. Infatti non c’è liberismo (liberalismo economico) senza Stato liberale: teorici liberali come Einaudi o come von Hayek lo sapevano benissimo, com’è ovvio, e attribuivano un’importanza fondamentale, in primo luogo, alla legislazione antimonopolistica.
E tuttavia, detto ciò, colpisce, come ho già  rilevato, che volendo rivalutare (a sinistra) Einaudi e il liberalismo, Vacca a un certo punto invochi Gramsci. Perché, certo, c’è molto da apprendere da questo eminente pensatore, ma una cosa è sicura: che in tutta la sua opera egli ha criticato nel modo più acerbo Luigi Einaudi. In un acuminato articolo del 1919 (intitolato Einaudi o dell’utopia liberale) Gramsci scriveva: «Einaudi rimarrà  nella storia economica come uno degli scrittori che più hanno lavorato a edificare sulla sabbia. Serio come un bambino che s’interessa al gioco, ha tessuto un’infinita tela di Penelope che la crudele realtà  gli ha continuamente disfatto. (…) La verità  è che la scienza economica liberale ha solo la parvenza della serietà , e il suo rigore sperimentale non è che una superficiale illusione». Dunque Gramsci può certo insegnarci molte cose, ma non ci dà  gli strumenti concettuali per intendere Einaudi e il pensiero liberale.


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