Mubarak rischia la pena di morte “Ordinò di sparare sulla folla”

GERUSALEMME – Ha spinto a uccidere, ha incitato a sparare sulla folla, ha favorito la repressione per schiacciare la rivoluzione di piazza Tahrir. «Ho le prove inconfutabili che Hosni Mubarak è colpevole della morte di molti dimostranti», è il duro atto di accusa del procuratore Mustafa Suleiman e adesso, l’ex uomo forte dell’Egitto, rischia il massimo della pena, il “patibolo”. Il processo contro i vertici del vecchio regime è entrato nella fase più calda: e, forse già  oggi, il procuratore generale potrebbe formulare le richieste di condanna contro gli imputati, tra cui l’ex ministro degli Interni, Habib al-Adly e altri sei suoi collaboratori.
«I militari spararono su dimostranti pacifici – ha attaccato Suleiman davanti alla corte d’assise del Cairo – e Mubarak autorizzò l’uso delle armi». Durante i 18 giorni della Primavera egiziana, che ebbe inizio il 25 gennaio, morirono 850 persone. Il procuratore, spiega l’agenzia Mena, ha raccolto centinaia di testimonianze e ha portato come prove contro Mubarak, ieri presente in aula sulla barella, foto e video. Sono le istantanee raccapriccianti di vere e proprie esecuzioni. Mostrano le forze speciali sparare ad altezza d’uomo, mirare alla testa. In alcune riprese, un blindato della polizia schiaccia e uccide dei manifestanti.
Al processo contro Mubarak, iniziato il 3 agosto e che vede imputati per corruzione anche i figli Gamal e Alaa, guarda gran parte del Paese. Iniziato in diretta tv con l’apparizione in barella in aula dell’ex raìs, è ripreso dopo una sospensione di tre mesi. «Il ministero dell’Interno – accusa ora Suleiman – non ha voluto collaborare alle indagini». E getta ombre sul processo di cambiamento, la testimonianza in aula del maresciallo Hussein Tantawi, l’attuale leader della giunta militare di transizione che, a porte chiuse, ha scagionato da tutte le accuse l’ex uomo forte dell’Egitto. Invece, per i giudici Mubarak, 83 anni e malato di tumore secondo il suo avvocato, è «il responsabile del vasto sistema di corruzione» che ha messo in ginocchio il Paese.
L’atto di accusa del Procuratore generale arriva proprio nel pieno del terzo turno delle elezioni per il nuovo parlamento costituente. Nei primi due turni è stato schiacciante il successo dei Fratelli Musulmani (primi con il 36%) e dei Salafiti. Il risultato finale arriverà  il 13 gennaio, ma una data certa per le Presidenziali non è stata ancora data dai militari. Per questo, gli attivisti del movimento “6 Aprile” temono una «convergenza di interessi» tra i partiti islamici, che si tennero alla larga da piazza Tahrir, e i generali entrambi, attaccano, «più interessati al potere che alla democrazia». Segnali preoccupanti già  sono arrivati: ieri, alcune persone sono state arrestate mentre distribuivano volantini che celebravano il primo anniversario della rivolta. «Ora – incita Tarek al-Khouli, portavoce del movimento – serve una seconda rivoluzione. Dobbiamo ripulire le istituzioni dalle forze fedeli al vecchio regime».


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