Obama in contropiede sui repubblicani


DES MOINES (Iowa) — Mitt Romney, il candidato più forte, ricco o organizzato del fronte conservatore, ha aperto solo nel novembre scorso il suo primo ufficio in Iowa per prepararsi al voto del «caucus» repubblicano, che si è tenuto nella notte. E alla vigilia di Natale Newt Gingrich — benché allora in grande ascesa nei sondaggi, prima della successiva, rovinosa caduta — non aveva ancora una sede né un vero staff in questo Stato. Barack Obama, invece, pur avendo già  in tasca la nomination democratica senza dover affrontare le primarie, ha già  messo da tempo al lavoro la sua squadra che in Iowa ha ricostruito fin dall’estate scorsa una rete capillare di volontari, ha aperto ben otto uffici e ha venti organizzatori stipendiati della campagna elettorale: più di tutti i funzionari dei candidati del «Grand Old Party» messi insieme.
I leader repubblicani che si sono sfidati nella notte nei caucus dell’Iowa (quando questo giornale era già  stampato) si sono dati battaglia all’ultimo sangue e anche i candidati più estremisti — il radicale iperlibertario Ron Paul e l’ultraconservatore religioso Rick Santorum — si sono detti convinti di potercela fare contro Obama, visto il declino vissuto dall’America sotto la sua presidenza. E lo stesso Romney, il governatore-imprenditore coi piedi per terra considerato dall’apparato repubblicano l’unico in grado di strappare a Obama i voti dei centristi e degli indipendenti, ha già  messo nel mirino l’inquilino della Casa Bianca.
Nel suo ultimo discorso prima del voto — lunedì sera in un capannone alla periferia di Des Moines pieno di «supporters» e di scatoloni — Romney non ha nemmeno citato i suoi diretti avversari, preferendo concentrare i suoi attacchi sul presidente, accusato di aver fallito su tutti i fronti: «Aveva promesso di rilanciare la leadership americana nel mondo e ci ritroviamo con l’Iran che ci minaccia, che cerca di dotarsi armi nucleari, che prova a giocare un ruolo anche in America Latina. Obama aveva promesso di creare nuovo lavoro e invece ci ha dato due milioni di disoccupati in più. E poi ha devastato il bilancio pubblico aumentando il debito del 40%».
Accuse pesanti che sono solo l’avvisaglia di una campagna elettorale estiva che sarà  durissima e alla quale i repubblicani si stanno preparando mettendo a punto un catalogo delle inadempienze di Obama, soprannominato «the book»: una vera enciclopedia delle promesse mancate del presidente da rinfacciargli giorno per giorno. Un documento in parte mostrato a un giornalista del Washington Post.
Il presidente sa che il percorso della sua rielezione sarà  tutto in salita. Che, come scrivono alcuni commentatori democratici, è difficile che un «messia che non fa miracoli» venga eletto due volte. Proprio per questo Obama si è costruito una macchina elettorale poderosa, per la quale ha già  raccolto oltre 100 milioni di dollari, più di tutti gli altri candidati repubblicani messi insieme. Rinfrancato da qualche sondaggio che lo dà  in leggero recupero, il presidente, rientrato proprio ieri con Michelle e le figlie da una vacanza natalizia di dieci giorni alle Hawaii, ha deciso di replicare subito, colpo su colpo, alle accuse. Cominciando già  ieri sera quando, proprio mentre i repubblicani si recavano alle loro assemblee, ha parlato in videoconferenza da Washington ai caucus democratici: non per chiedere voti, visto che non ci sono primarie democratiche, ma per cercare di galvanizzare di nuovo gli elettori che, regalandogli un’imprevista vittoria in Iowa su Hillary Clinton, quattro anni fa gli aprirono la strada per la nomination.
Obama sa che ora deve scalare una montagna, ma ieri ha detto ai democratici dello Stato di non aver violato le sue promesse: ha cercato di tutelare i deboli e i giovani con la riforma sanitaria e quella dei finanziamenti agevolati agli studenti e ha provato ad abbassare le tasse sulla «middle class» schiacciata dalla crisi, anche se qui si è scontrato coi repubblicani in Congresso. Il messia, insomma, scende in terra e si rimbocca le maniche. Sapendo che l’Iowa potrebbe essere per lui uno Stato decisivo se la battaglia per la rielezione dovesse concentrarsi, come ritengono alcuni suoi strateghi, sugli stati del Midwest.


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