“Scozia indipendente, votiamo subito” il referendum-trappola di Cameron

LONDRA – Con un fisico rotondetto e un’aria pacioccona, Alex Salmond non ha l’aspetto dell’eroe nazionalista: sarebbe difficile immaginarlo con la spada sguainata, in groppa a un cavallo, nei panni di Braveheart, il patriota e condottiero che lottò per l’indipendenza della Scozia dall’Inghilterra, prima di essere catturato con un tranello e squartato nel 1305 in una piazza di Londra, dove una targa (è vicino allo Smithfield Market) ricorda tuttora l’evento. Ma adesso a Edimburgo c’è chi teme che i diabolici inglesi stiano architettando una nuova trappola per far fare al primo ministro scozzese la stessa fine, simbolicamente s’intende, del ribelle interpretato da Mel Gibson sul grande schermo.
Eletto premier del governo autonomo scozzese nel 2007, dopo aver guidato lo Scottish National Party alla vittoria nelle elezioni, Salmond è stato rieletto nel 2011 con un successo ancora più schiacciante, ottenendo per la prima volta la maggioranza assoluta. L’indipendenza della Scozia dal Regno Unito è nei suoi programmi dichiarati da sempre, dunque lui sostiene che, votando per il suo partito, gli elettori si sono già  espressi a favore della secessione. Ma il primo ministro dice di volere indire un referendum, durante la seconda metà  dell’attuale mandato, cioè entro il 2015, per decidere definitivamente la questione. E la prospettiva che la Scozia diventi un paese indipendente, dopo secoli di «colonizzazione» britannica, sembra di colpo realistica.
A nord del vallo di Adriano, il muro costruito dall’imperatore romano per tenere al largo le indomabili tribù scozzesi, c’è già  chi immagina di mantenere la regina Elisabetta come capo di stato (tanto lo è anche di Canada e Australia) ma di stringere saldi legami con i paesi scandinavi più che con l’odiata Inghilterra.
È in questa atmosfera di crescente preoccupazione che David Cameron è intervenuto ieri, avvertendo che un referendum sulla secessione sarà  legale solo se concordato con il parlamento di Westminster e solo se si svolgerà  al più presto, entro diciotto mesi. Perché entro diciotto mesi? «Perché l’incertezza sul futuro status della Scozia danneggia gli investimenti e il business, sia in Scozia che in tutta la Gran Bretagna», afferma il leader conservatore. Le indiscrezioni – che non circolavano così liberamente al tempo di Braveheart – dicono che la vera ragione è un’altra: Cameron teme che Salmond voglia convocare il referendum nel 2014, nel 700esimo anniversario della battaglia di Bannockburn, l’evento decisivo della prima guerra d’indipendenza scozzese, quando gli umori secessionisti saranno al massimo, perciò vuole indirlo prima. Inoltre, chiedendo di concordarne le modalità , il premier britannico vorrebbe limitare il referendum a un secco «yes» o «no», mentre Salmond avrebbe in mente risposte più articolate, inclusa una terza opzione per approvare una indipendenza fiscale ma non politica.
Insomma, un tranello: così lo vedono i nazionalisti da Edimburgo. Per ora rispondono: «Faremo il referendum come e quando vogliamo». Ma se la sentiranno di sfidare apertamente Downing Street? Gli ultimi sondaggi danno il sì alla secessione ancora in minoranza, al 38 per cento, ma in costante aumento; e il referendum per dare alla Scozia poteri autonomi, nel 1998, passò con quasi l’80 per cento di consensi. Per quanto rotondo e pacioccone, Alex Salmond assicura che non cadrà  nella trappola di Londra, come il Braveheart di settecento anni fa.


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