Rick, l’italo americano tutto fede e famiglia fa sognare l’ultradestra

DES MOINES (iOWA) – Non importa se per soli 8 voti Mitt Romney gli ha negato il primato. Quello che Santorum ha compiuto qui nell’Iowa è un miracolo fatto di politica all’antica. 360 incontri in assemblee di quartiere, un lavoro porta-a-porta fatto di olio di gomito, ascolto paziente e suole di scarpe, quasi un anacronismo nell’èra di Facebook e Twitter. Ha funzionato grazie a militanti come Hillary Vermeer, 28 anni, impiegata assicurativa, che ha sacrificato un mese del suo tempo libero per telefonate, volantinaggi e dibattiti di vicinato. È lei che martedì sera durante il caucus mi ha guidato dentro la palestra della Valley High School, sulla Woodland Avenue a West Des Moines. «Rick è un conservatore doc – mi dice Hillary – senza ambiguità  né compromessi. Mi ha conquistato alla sua causa appena l’ho conosciuto. Mi piace la sua fede religiosa, la sua purezza, la sua integrità , la sua famiglia». à‰ un identikit perfetto per fare il pieno di voti nella base più integralista della destra, ben rappresentata nel ginnasio della Valley High: tanti anziani, agricoltori e pensionati, molti di fede evangelica, benpensanti a oltranza, bianchi al 99% (l’unico nero che incontro è un giornalista venuto da New York, l’unico ispanico è un tassista).
Santorum ha fatto un lavoro ammirevole, setacciando questo territorio del Midwest quando a livello nazionale era tra gli ultimissimi nei sondaggi e nessuno credeva in lui. Il 53enne avvocato, ex senatore della Pennsylvania, figlio di un immigrato di Riva del Garda e di una madre italo-irlandese, è riuscito nell’exploit di conquistare la destra protestante, lui cattolicissimo. Ha fatto dell’Iowa la piattaforma di lancio dell’ennesima rivelazione, ma ora dovrà  dimostrare di non essere solo quello: non un altro effimero candidato plebiscitato dalla base «perché non è Romney». Fin qui, la sua brillante parabola è soprattutto la conferma della debolezza strutturale di Romney, il «favorito che non piace». L’Iowa continua un trend già  all’opera nei mesi di confronto virtuale, tra dibattiti tv e sondaggi: di volta in volta il popolo più entusiasta della destra (teocon o Tea Party) si è innamorato di chiunque non fosse Romney: Michele Bachman, Rick Perry, Herman Cain, Newt Gingrich. Ora la gloria bacia Santorum, ma dovrà  dimostrare che non è effimera come per gli altri. Il fatto di essere rimasto per mesi un “underdog”, lo sfavorito dei sondaggi, ha un vantaggio: l’America ignora i suoi difetti. Ora cominciano a osservare Santorum da vicino, e le scoperte possono fargli male. Si ricorda la sua ultima campagna, da senatore della Pennsylvania nel 2006. Quella volta Santorum riuscì a perdere con ben 18 punti di svantaggio sul suo concorrente democratico, Bob Casey, la più grave sconfitta mai subita da un senatore repubblicano in quello Stato. «Era il peggiore anno elettorale nella storia del mio partito in Pennsylvania», si giustifica lui, omettendo un particolare imbarazzante. Quella disfatta fu amplificata dal suo intervento nel caso di Terri Schiavo, la donna della Florida tenuta in vita in uno stato vegetativo, con accanimento terapeutico. Santorum per consolidare le sue credenziali “pro-vita” invocò un intervento giudiziario perché la Schiavo fosse “intubata” a oltranza. Lo pagò alle urne, e la lezione torna attuale oggi. Compattare la base dei fondamentalisti cristiani può servire a vincere le primarie (o alcune di queste), poi può ritorcersi nell’elezione finale per la Casa Bianca, quando bisogna fare il pieno di voti tra gli incerti che affollano il centro. Proprio quella “purezza” che tanto piace a Hillary Vermeer, perché distingue Santorum dal moderato Romney, è un’arma a doppio taglio nelle prossime sfide. Santorum non è solo anti-abortista, è anche anti-gay, una posizione che può costargli cara tra i giovani. E c’è di peggio. Parlando di programmi federali per l’assistenza ai disoccupati e a chi vive sotto la soglia di povertà  – le cure gratuite del Medicaid, i buoni pasto Food Stamps, tutte le indennità  del Social Welfare – lui li definisce «fascismo». In politica estera minaccia «bombardamenti sull’Iran, d’intesa con Israele» e questo lo mette in rotta di collisione anche con un pezzo di destra, quella che vota Ron Paul e vuole un disimpegno dell’America dalle incombenze neoimperiali. La prossima tappa non gli sarà  congeniale: il New Hampshire ha tradizioni liberal, i sondaggi danno a Romney più del 40% dei consensi. Poi però c’è la South Carolina, Stato sudista dove Santorum avrebbe buone chance, soprattutto se dopo Michele Bachmann dovessero ritirarsi anche Perry o Gingrich. Nel frattempo il suo rivale dovrà  sfatare la maledizione che lo perseguita finora, quella per cui i due terzi della base militante sono pronti a votare «chiunque non sia Romney».


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