Rushdie a Jaipur, c’è chi protesta
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In breve, lunedì scorso Abul Qasim Nomani, vicedirettore dell’importante seminario islamico Darul Uloom Deoband ha detto alla stampa che a Rushdie, tra gli invitati più noti del festival 2012, «non dovrebbe essere consentito l’accesso in India». «Una sua venuta nel paese aggiungerebbe sale alle ferite che ha inflitto ai sentimenti dei musulmani», ha detto Nomani, riferendosi ovviamente ai Versetti satanici, data d’uscita 1988.
Rushdie, che in realtà in India (e anche al festival di jaipur) è andato diverse volte in questi anni, ha ribattuto via Twitter di non avere bisogno di un visto per entrare nel paese dove è nato 64 anni fa e ha appropriatamente definito «ridicola» la controversia.
In effetti, sarebbe un vero peccato se lo scrittore non potesse prendere parte al festival di jaipur (tra gli altri invitati i drammaturghi David Hare e Tom Stoppard e la romanziera Annie Proulx), soprattutto perché la sessione nella quale Rushdie dovrebbe intervenire ha un titolo quantomeno interessante: Inglish, Amlish, Hinglish: the Chutneyfication of English.
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