SPENDERE MENO NON È IMPOSSIBILE

Debiti elevati (in rapporto al Pil) richiedono politiche di bilancio restrittive; queste generano recessione e abbassano una crescita che già  langue, col risultato che il rapporto debito-Pil, anziché ridursi, cresce. A questo punto si rendono necessari aggiustamenti fiscali ancora più forti, e così via. Da anni ci dibattiamo in questo dilemma. Come uscirne?
L’esperienza di grandi correzioni dei conti pubblici attuate in alcuni Paesi industriali insegna due cose fondamentali. Primo: correzioni dei conti ottenute riducendo la spesa pubblica sono state meno recessive di quelle attuate aumentando le tasse, e quindi sono state più efficaci nel comprimere il rapporto debito-Pil. Secondo: le correzioni che hanno avuto successo (perché non hanno causato recessioni) sono state accompagnate da liberalizzazioni. Il motivo è che l’apertura dei mercati ha compensato i potenziali effetti recessivi del taglio del deficit.
Come si spiegano questi risultati? Immaginiamo una riduzione del deficit ottenuta alzando le tasse. L’effetto sarà  una riduzione del potere d’acquisto dei cittadini. Non solo: i lavoratori (specialmente quando sindacalizzati) chiederanno e otterranno un aumento dei loro salari per compensare (almeno in parte) l’aumento delle tasse. Questo fa salire il costo del lavoro per le imprese. Il risultato: più costi e meno consumi.
Inoltre, se lo Stato non riduce la spesa, i cittadini si aspetteranno che prima o poi le tasse aumentino di nuovo: un altro motivo per cui i consumi languono.
Immaginiamo invece tagli di spesa che permettano di ridurre almeno di un po’ la pressione fiscale. Il meccanismo che s’instaura è opposto. Il costo del lavoro tende a scendere (perché si riduce il cuneo fiscale) e la riduzione di consumi dovuta ai tagli di spesa (che comunque sarebbe modesta se si tagliasse spesa improduttiva) è compensata dalla riduzione del costo del lavoro. Questo consente alle imprese di abbassare i prezzi soprattutto se le liberalizzazioni sono accompagnate da un rafforzamento dell’Antitrust. Inoltre, le liberalizzazioni fanno crescere la produttività : un altro motivo per cui i prezzi potrebbero scendere. 
Quindi: bene le liberalizzazioni del governo Monti e le riforme (per ora solo annunciate) del mercato del lavoro. Bene la riforma delle pensioni. Male invece la decisione di ridurre il deficit aumentando le tasse, senza tagliare la spesa.
Il governo ha davanti ancora un anno: abbastanza per correggere la parte insoddisfacente del suo programma. Anche gli investitori conoscono gli studi che mostrano che solo riduzioni di spesa sono in grado di allentare la morsa del debito. Una correzione di rotta farebbe scendere i tassi di interesse aiutando la crescita.
Resta molto lavoro da fare, ma siamo certamente avanti rispetto alla Francia dove Franà§ois Hollande, candidato socialista che potrebbe vincere le presidenziali di maggio, promette aumenti (non tagli!) di spesa per 20 miliardi di euro, accompagnati da maggiori imposte per 26 miliardi e una riduzione (proprio così) dell’età  pensionabile a sessanta anni. Basterebbe il suo programma per far togliere tutte le «A» al debito francese.


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