Tir selvaggio paralizza l’Italia

mercato san severino (Salerno)
E la prima offensiva, in piena notte, dà  il contrappasso ai camionisti siciliani. Che a decine aspettavano di sbarcare al porto di Napoli, ma a terra trovano la “staffetta” dei napoletani che li blocca e li minaccia. «Per ora ti sgonfiamo le ruote, ma se provi a rimetterti in moto, ti apriamo le gomme come meloni», dice uno che apre la fila. In molti si fermano, altri proseguono con la scorta, ma non vanno lontano. La scintilla può solo correre, da quei Tir inchiodati sull’asfalto. E dilagare, come un incendio di foresta, da Napoli verso l’intera regione. Così la Campania va in tilt. Letteralmente. Basta dare uno sguardo a quel foglietto in mano a Vittorio, 32 anni, incensurato: 14 postazioni da bloccare e per ognuna i nomi e i cellulari di 4 o 5 colleghi che fanno da ponte. Una protesta che travolge tutti, con le buone o con le cattive. Che arriva a danneggiare anche 22 camion dello smaltimento rifiuti dell’azienda Asìa, tra Napoli e provincia, lasciando a terra circa mille tonnellate. Disagi gravi, oltre alla psicosi da provvista: in serata scoppiano risse dopo tre chilometri di coda ai distributori di carburante in tangenziale, dove compaiono scene surreali, come quella di frotte di cinesi in fila con le bottiglie. E i camionisti: «Resisteremo per quattro giorni ancora».
Basta, è la prima parola. Ai caselli di Palma Campania, Francesco Russo, 30 anni, moglie e un figlio, è calmo, si è diplomato e non vuole passare per testa calda: «Basta al gasolio carissimo, alle tariffe assicurative più alte d’Italia, alle fatture rimborsate solo dopo 90 o 180 giorni invece dei 30 previsti dalla legge, alla mancanza di controllo contro abusivi, irregolari, malavitosi, e false imprese comunitarie». Dai caselli di Napoli Est allo snodo di Mercato San Severino, nel salernitano. Dalla costa domitiana sul fronte casertano alla destinazione ultima di Eboli, da Capua a Battipaglia. Comincia con 300 Tir fermi in punti strategici, a sera sono 2mila bestioni spiaggiati. In pancia materie diverse e ugualmente immobili: arredi o automobili, gasolio e pane, pasta destinata ai container cinesi o verdure che marciscono al gelo dell’hinterland. Quattordici barriere ingolfate di autoarticolati e furgoni. Che si spengono. Clic. Gigantesco blackout di merci. «Circolano solo auto private. Solo persone, capito?», urla Vincenzo Niespoli, 27 anni, camionista incensurato. E arrabbiato. Alla barriera di Mercato San Severino, Alfonso Sessa, 32 anni, è un padroncino dotato di sufficienti esperienza e disincanto: «Meglio stare fermi cinque giorni che salire su un automezzo. Appena ti muovi fai danno a te stesso. Una volta ti sacrificavi su un mezzo per tutta la vita e facevi i soldi. Poi hanno deciso che la nostra categoria andava spolpata: ci hanno supertassati, calpestati, un macigno sulle spalle. E andiamo verso la miseria». Aggiunge, Alfonso: «Non ci basta che ci ascoltino, questa è la novità . Ci devono capire. E dare risposte. Non siamo camorristi. Chi si è fermato con noi non ha avuto problemi. Lo Stato sa chi sono i veri criminali, quelli delle intermediazioni, che non hanno costi vivi, non hanno camion, e mettono tanti soldi in tasca. Noi e i nostri dipendenti rischiamo ogni giorno. Sulla neve degli Appennini, sulle strade schifose della Calabria». Alessio Romano ha 21 anni e già  da ragazzino seguiva il padre nella piccola azienda. È agguerrito, snocciola dati: «Paghiamo le assicurazioni truffa con lo Stato complice. A Milano un collega per un camion da 44 tonnellate versa 1.500 euro l’anno, noi qui 4.800 e senza un incidente. Di quale legalità  parliamo? E poi, l’incidenza del carburante è consentita al 25-30 per cento, ormai si arriva al 60». Roberto Cifani, 31 anni, ti mostra perché non può vivere lavorando: «Io e mia moglie stiamo in ufficio, collegati ai camion: il gasolio lo usiamo per le auto e non ce la facciamo. Tra fitto e condominio, 500 euro al mese, altri 250 per la scuola delle bambine. Ogni due giorni mettiamo 10 euro di gasolio, ormai l’auto è un lusso». Franco Russo, 30 anni. «Faccio da dieci anni l’Italia da cima a fondo. Solo per mangiare nelle soste, ogni settimana spendo 120 euro».
In disparte, Giuseppe Giambò, da Barcellona, Messina, bavero alzato, ma non sa non chi prendersela. «Ho solo paura di non avere troppa pazienza». Nemico dello Stato, e nemico di chi lo ha costretto a fermarsi. A 65 anni, 4 figli e 8 nipoti che lo aspettano in Sicilia, è uno dei pochi che non finge adesione. «Stavo tornando in Sicilia, mia madre è stata ricoverata, ho provato a spiegarlo, mi hanno detto: “Ma non capisci che dobbiamo stare uniti?”. E sono sceso. Ma non so quanta pazienza ho».


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