Tra i candidati che si sbranano il vero trionfatore diventa Obama

Hanno fatto irruzione in pista personaggi inattesi come il «chierichetto italo americano» Santorum, e il clawnesco Ron Paul, idolo anarco-libertario degli indignados di destra. Ma sette nani sono entrati nello Iowa e sette nani ne sono usciti. E il solo ad avere vinto, almeno sulla carta, è il presidente Barack Obama.
Uno sfidante dovrà  per forza essere scelto dalla Convention estiva, ma la domanda chiave è sapere se colui che riceverà  l’investitura – non colei perché i sette nani del Barnum repubblicano si sono pure persi per strada Biancaneve, la laccata e fanatica signora Michele Bachmann demolita in Iowa – sarà  qualcuno che potrà  detronizzare Barack Obama. O se invece, come periodicamente accade a questi due grandi partiti americani, i dissensi interni, le lacerazioni fra insider e outsider, fra anime moderate e pulsioni ribelliste, produrranno vittime destinate al macello elettorale, come fu con Goldwater per i repubblicani nel 1964 o con McGovern per i democratici nel 1972.
Quanto sta accadendo dentro il partito Repubblicano americano è un fenomeno politico ben noto. E’ la tentazione del movimentismo contrapposta alle sirene del moderatismo, la prima con la promessa di ribaltare “the apple cart”, il carretto delle mele marce del potere, la seconda con la rassicurazione del “meno peggio tanto meglio”. Rick Santorum, il vincitore morale con la faccia del bravo ragazzino da catechismo in parrocchia, così come il terzo arrivato, lo svitato ginecologo Ron Paul che di fatto propone l’annientamento del potere centrale e il ritorno a una sorta di stato di natura affidato al solo mercato, non sono espressione di programmi o proposte. Sono i ricettori della paura e dunque del disprezzo che i cittadini oggi provano verso il potere costituito e le false divinità  che lo incarnano. Antipolitica e anticasta, potremmo dire noi, che tenta di diventare politica e casta.
Votando per il nipote di un minatore di carbone Gardesano emigrato nel 1925 e per quel Paul che scavalca la destra a destra e la sinistra a sinistra, l’elettorato americano non ha dichiarato una preferenza, ma un’insofferenza. Ha detto, come già  aveva fatto l’America Democratica quattro anni or sono preferendo fra i Democratici proprio nello Iowa il semisconosciuto e visibilmente diverso Barack Hussein Obama alla potente Hillary, che il candidato preferito è «quell’altro».
Si dimentica troppo spesso che tra quel 99% di maltrattati, esclusi e impoveriti, che gli Occupy Wall Street dicono di rappresentare, ci sono anche repubblicani, evangelici, piccoli imprenditori, madri di famiglia, tradizionalisti, familisti, operai e impiegati a spasso che non credono alla soluzione europea della “mano pubblica”, ma ancora coltivano il sogno del pioniere fatto tutto da solo, padrone del proprio destino. Magari con «la bibbia e il fucile in mano», come predica Santorum, eccedendo un po’ i limiti del mite messaggio evangelico. La sensazione di essere stati traditi dalla propria classe dirigente non ha più colore o tessere di partito. I ribelli a sinistra sono l’immagine speculare di quello che è stato, e ancora è, il Tea Party a destra, inconsapevolmente «uniti nella lotta». Il nome del Signore antipotere laicista o dell’anticapitalismo post marziano sono etichette su prodotti molto più simili di quanto appaiano. 
Questa è la trappola nella quale tutti i partiti di opposizione rischiano invariabilmente di cadere, nei momenti di grande di incertezza per il futuro. Se si abbracciano le spinte movimentiste, un candidato ha buone possibilità  di vincere la “nomination”, grazie alla scarsissima affluenza che esalta gruppi molto motivati: su 3 milioni e mezzo di abitanti, in Iowa hanno votato 125 mila persone. Se si ignorano, si può essere demoliti, come è accaduto in Iowa ai “pezzi da 90” presuntuosi. Il trucco è di riuscire a comporre quell’uno per cento di militanti con il 99% dei votanti, di apparire “contro” con i “contro”, ma senza spaventare il cuore moderato che fa vincere la Casa Bianca. Come insegnava Reagan ai giovani deputati, «in politica il segreto del successo è fingere di essere sinceri».
In questo 2012, il gioco di illusionismo non è riuscito finora a nessuno. Non a Romney il Mormone, visibilmente insincero, pur con tutti i milioni spesi in Iowa, dove ciascuno dei 25 mila voti gli è costato quasi 500 dollari. Non a Rick Perry il texano successore di Bush che e riuscito a far rimpiangere per storditezza anche le non sublimi qualità  intellettuali di George W, il grande desaparecido che nessun repubblicano oggi osa neppure nominare. Non a Newt Gingrich, l’ex avversario di Clinton, che porta troppo bagaglio morale e politico dal proprio passato per riuscire a fingersi un “new man”, un uomo nuovo.
Lunga, naturalmente, è la tournée che il circo dell’elefante, dal prossimo New Hampshire, deve percorrere e lo Iowa di destra scelse quattro anni or sono un reverendo dalle breve vita, Huckabee, poi scomparso. Più la carovana avanza e più aumenta il peso dei soldi, che Romney possiede a palate. Il passaggio dalla politica al dettaglio, con strette di mano e carezze ai fantolini, alla politica all’ingrosso che richiede spot costosissimi e organizzazione capillare sul campo, oltre ai nuovi media in Rete, privilegia sempre i soldi.
Lo Iowa ha lasciato il partito repubblicano americano con un classico dilemma: sposare per amore uno rischioso come Santorum o sposare per interesse un Romney che non promette roventi lune di miele, ma qualche cauta deviazione di centro destra alla rotta? Dalla Casa Bianca, Obama sorride. Per qualche settimana almeno, saranno i suoi avversari a fare il suo lavoro sporco e a sbranarsi l’uno con l’altro.


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