A rischio la crescita della Cina «Possibile un crac nel 2030»
Intitolato «China 2030», il dossier è stato compilato dalla Banca mondiale e del Centro di ricerca sullo sviluppo (Drc), che dipende dal Consiglio di Stato, ovvero il governo. Vi si descrive una situazione di pericolo imminente: senza riforme strutturali, tali da imporre una revisione di dinamiche che l’attuale leadership ha incoraggiato, la Cina rischia una crisi economica dannosa per tutti.
Pechino potrebbe assistere a un crollo del suo tasso di crescita com’è accaduto ad altre economie di Paesi in fase di sviluppo, quale peraltro si considera. Il documento — ha scritto il giornale — «è concepito per influenzare la prossima generazione di leader». Sotto esame, per esempio, il ruolo delle imprese di Stato e quello delle banche.
L’anticipazione esce dopo la visita negli Usa del segretario in pectore del Partito, Xi Jinping, durante la quale non sembra siano emersi elementi chiari sulle scelte economiche future. A rafforzare l’esercizio di condizionamento tentato da «China 2030», un secondo dossier, della Us-China Economic and Security Commission: tra l’altro, rimarca lo scarso grado di apertura in un Paese dove il 45% dell’economia è rappresentata dalle aziende di Stato.
Come ha chiosato sulle pagine di Caixin l’ex supervisore del sistema bancario, Liu Mingkang, «è difficile essere ottimisti su occupazione e stabilità ». Il senso di insicurezza alimenta fenomeni che riappaiono. Il flusso di donne della Cina continentale che corrono a Hong Kong per partorire, e così consentire ai figli di godere di una società meno ingessata, ha assunto proporzioni tali da entrare nel dibattito politico e sollecitare contromisure drastiche. Intanto, negli Usa si registra un numero record di richieste di residenza da parte dei cinesi: nel 2011, le pratiche hanno riguardato 2.969 famiglie contro le 787 di due anni prima. In Canada 2.567 richieste nel 2011 contro le 383 del 2009.
Il Wall Street Journal fa nomi e cognomi. Shi Kang, scrittore da 15 romanzi e patrimonio da 1,6 milioni di dollari, medita di trasferirsi negli Usa in cerca di un ambiente più accogliente, una migliore qualità della vita, un ruolo meno invasivo delle autorità .
L’imprenditore Su Bin guarda all’est dell’est, l’America, perché sfiancato dal «troppo potere» del governo, sia negli affari sia nella vita personale.
Un altro, Deng Jie, parla di «delusione» per come si è sviluppata la Cina, denuncia la corruzione e progetta di raggiungere la figlia che studia vicino a Toronto. Anche la statistica sta dalla sua parte: il 60% dei 960 mila cinesi con più di 1,6 milioni di dollari medita di andarsene. Nessuno parla di politica. Amano tutti la Cina, ma da lontano forse di più.
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