Baltazar Garzà³n torna in aula: ad accusarlo ora sono i franchisti

«Visto para sentencia»: con la formula di rito pronunciata dal presidente della corte, si è conclusa ieri a Madrid, nel Tribunale supremo, la fase dibattimentale del processo al magistrato Baltasar Garzà³n, sul caso dei crimini del franchismo. Il collegio giudicante si è ritirato a deliberare e prossimamente si conoscerà  il verdetto: difficile fare ipotesi su quando avverrà , dal momento che i supremi giudici spagnoli ultimamente non brillano per celerità . 
Da quasi venti giorni, infatti, si attende di conoscere la sentenza nell’altra causa che ha visto, sempre nella Suprema corte, Garzà³n sul banco degli imputati – stavolta per avere ordinato intercettazioni dei colloqui fra imputati e avvocati durante le indagini per un caso di corruzione. I due processi, ai quali presto se ne aggiungerà  un terzo, formano quello che non pochi osservatori hanno definito un «linciaggio giudiziario» ai danni del magistrato, internazionalmente noto per il suo impegno nel perseguire criminali del calibro del dittatore cileno Augusto Pinochet e degli alti papaveri della giunta militare argentina. 
In Spagna, Garzà³n è una figura controversa: è considerato un «giudice star», nel corso degli anni non sono mancate le critiche al suo protagonismo e le polemiche per alcune decisioni su temi molto delicati, come la messa fuorilegge di organizzazioni della sinistra nazionalista basca. 
Pur con tutte le riserve sulla sua traiettoria professionale, il cinquantaseienne andaluso è a tutt’oggi l’unico magistrato che ha dato ascolto alla domanda di verità  e giustizia formulata dalle associazioni delle vittime del franchismo. Una scelta che rischia di costargli caro. 
Se verrà  accolta la richiesta dell’accusa, ribadita nell’arringa di ieri, Garzà³n sarà  sospeso per vent’anni dall’esercizio professionale, vale a dire espulso de facto dall’ordine giudiziario. A volerlo è il sedicente «sindacato di funzionari» Manos Limpias («mani puklite»), un gruppo neofascista il cui presidente, Miguel Bernad, è «cavaliere d’onore» della Fondazione Francisco Franco. Incredibilmente ammessi nel processo come «accusa popolare» (istituto previsto dal codice spagnolo), questi nostalgici del Caudillo sostengono che il magistrato-imputato abbia «consapevolmente agito contro il diritto» nel dichiararsi competente, nell’ottobre 2008, ad indagare sulla sanguinosa repressione attuata dai golpisti agli ordini di Franco, che costò la vita a decine di migliaia di repubblicani, gettati in fosse comuni. Secondo i fascisti di Manos Limpias, Garzà³n è colpevole di «prevaricazione», per avere «intenzionalmente violato» la legge di amnistia del 1977 che, a loro giudizio, impedirebbe a qualunque giudice di occuparsi di tali crimini.
Ben diverse le conclusioni della difesa, come ovvio. Ma anche il pubblico ministero ha chiesto l’assoluzione, ribadendo con forza la posizione sostenuta sin dall’inizio: ha definito «infondata» l’accusa e ha messo in guardia da una condanna che «avrebbe un effetto devastante», perché rappresenterebbe «un attentato all’indipendenza giudiziaria». Un conto è annullare gli atti di Garzà³n, secondo le procedure normali, tutt’altra cosa è condannarlo per aver interpretato la legge di amnistia alla luce del diritto internazionale: questo, in sintesi, il messaggio del pm. 
Ad ascoltarlo in sala, gremita come di consueto, familiari di vittime del franchismo. Alcuni di loro, come testimoni della difesa, hanno potuto nel corso delle udienze raccontare, per la prima volta in un’aula di tribunale, la violenza subita dai loro cari: paradossale conseguenza positiva di un processo che non avrebbe mai dovuto tenersi.


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