Cina. Nel partito comunista è guerra senza esclusioni di colpi


Mercato, Borsa e Hollywood l’assalto alle stanze del potere dei nuovi padroni di Pechino. Ora si posizionano le pedine della grande successione decennale fissata in autunno

Il nuovo imperatore della Cina ha lasciato gli Stati Uniti ed è volato in Europa senza l’ossessione di sedurre l’Occidente. La missione di Xi Jinping, fisico, sorriso e modi alla Mao Zedong ma testa, storia e progetti alla Deng Xiaoping, oggi è infatti conquistare i cinesi. Come già  dieci anni fa con Hu Jintao, in America e nella Ue va in scena la liturgia delle presentazioni: il prossimo leader di Pechino, ieri a Dublino e domani a Istanbul, deve accreditarsi statista internazionale per essere riconosciuto guida in patria. La vera partita si gioca però nei palazzi a ridosso della Città  Proibita, nelle caserme e nelle regioni più remote della nazione. E’ qui che la Cina posiziona in queste ore le pedine della grande successione decennale del potere, fissata in autunno.
Fino a pochi giorni fa tutto appariva deciso: Xi Jinping presidente al posto di Hu Jintao, Li Keqiang successore del premier Wen Jabao e i neomaoisti rossi di Bo Xilai, star nazionalista esplosa a Chongqing, a cinturare i riformisti di Wang Yang, governatore illuminato del Guangdong. A sorpresa è invece esplosa la «bomba di Chengdu» e la trasferta di Xi Jinping rivela il suo significato più profondo: chiarire ai cinesi perché, con la prima generazione di leader comunisti cresciuti dopo la morte di Mao, la svolta riformista e capitalista della Cina sarà  irreversibile. L’effetto politico del mistero di Wang Lijun è dirompente. L’ex capo della polizia di Chongqing, braccio armato di Bo Xilai, è scomparso dopo essersi rifugiato per un giorno nel consolato Usa. Da allora foto e notizie su Bo Xilai, eroe populista della nostalgia rivoluzionaria, sono state bandite dai media di Stato. Una rivelazione e una consuetudine che spaventano i cinesi. Wang Lijun si è rifugiato dagli americani per evitare di essere catturato dallo stesso Bo Xilai, di cui avrebbe rivelato abusi e corruzione. Solo una volta certo di essere sotto la protezione degli avversari del suo capo, inviati da Pechino, ha rinunciato alla fuga negli Usa.
La consuetudine riguarda proprio Bo Xilai: ignorato da stampa, partito e governo, è riapparso solo ieri per proclamare vanamente la propria innocenza ricorrendo alla metafora del fiore di loto, non inquinato dal fango su cui cresce. Wang Lijun in «vacanza rieducativa», protetto dai riformisti, e Bo Xilai nell’oblìo dell’epurazione, dato in pasto ai conservatori. È sopra questo shock che scorre la missione all’estero di Xi Jinping, per chiarire che non sarà  il leader di una tecnocrazia risucchiata nel passato maoista. Lo stop a Bo Xilai equivale infatti al via libera a Wang Yang, leader del ricco Guangdong delle industrie: aperture, affari, mercato e controllo del quoziente del benessere al posto di campagne patriottiche, lotta alla ricchezza, stato di polizia e nazionalizzazioni. Xi Jinping fotografato al fianco di Obama e Bo Xilai cancellato dalle foto con il premier canadese Harper: un minaccioso ko che rivoluziona gerarchie e corsa ai nove posti che contano, a Pechino e nel mondo, nel prossimo decennio. Perché anche nella sempre più potente Armata di liberazione del popolo si consuma una decisiva resa dei conti. Il generale Liu Yuan, altro «principe rosso» riformista, ha estromesso il suo rivale conservatore Gu Jushan, umiliato con l’accusa di una maxi-truffa. In una Cina anchilosata sull’eterno referendum pro o contro Mao Zedong, emerge dunque con chiarezza che ceto medio e nuovi ricchi sono decisi a voltare pagina, frenando i restauratori di Bo Xilai e appaltando la sostenibilità  della crescita ai capitalisti di Wang Yang. I maoisti avevano tentato di abbattere il modello-Guangdong diffodendo rivolte operaie e contadine, facendo scoppiare la ribellione a Wukan e sollevando lo scandalo Foxconn-Apple. Al foto-finish i denghiani hanno calato l’asso di Chengdu e chiarito il futuro della nuova super-potenza economica, proiettata a conquistare il mondo piuttosto che roccaforte ideologica impegnata a rinchiudersi nell’autoritarismo. Xi Jinping ha così potuto compiere il suo simbolico pellegrinaggio personale tra Usa ed Europa, che riscrive il passato nazionale per scongiurare rigurgiti rivoluzionari. Un viaggio anti-maoista sulle orme di stesso, di suo padre Xi Zhongxun, riformatore epurato dal Grande Timoniere, e del suo maestro Hu Yaobang, accantonato alla vigilia del massacro di piazza Tiananmen e appena riabilitato da Wen Jiabao. Ma pure una missione per rilanciare globalmente la visione di Deng Xiaoping, riapparso sul giornale del partito che dopo uno strano silenzio ne ha celebrato a sorpresa il ventesimo dalla morte. Nella Cina che deve convertirsi dall’export al consumo cresce la paura di un’altra Rivoluzione Culturale. Per questo le élites sommerse degli affari stoppano Bo Xilai, canzoni patriottiche e Libretto rosso, per puntare su Wang Yang, indici di Borsa e Audi nere. E il nuovo imperatore Xi Jinping, figlia a Yale e moglie pop-star, può concedersi match dei Lakers, Studios di Hollywood e maglietta con l’autografo di Beckham. La guerra di Pechino non è finita: ma i prìncipi liberali che vogliono imporre il modello-Cina al resto del pianeta, sembrano a un passo dalla vittoria.


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