Clini, «non è lo stato a dover pagare»

Scivola la Costa Concordia, a causa del mare mosso, dei venti e dei tanti giorni passati da quella notte sconvolgente. E sono già  sessanta i centimetri che ha «perso» di vicinanza all’isola. È sospinta verso il largo, verso l’abisso di quel fondale che misura ottanta metri. Il più preoccupato di tutti – dopo gli abitanti che non riescono a riappropriarsi del loro territorio né del porto – sembra essere il ministro dell’ambiente Clini. È il primo a sollevare le ovvie leggi della fisica: dopo un mese di galleggiamento, le strutture del relitto potrebbero essere sull’orlo del collasso. Urge lo svuotamento dei serbatoi dalle tonnellate di carburante e poi la rimozione del pachiderma naufragato. Prima che sia troppo tardi e l’emergenza diventi rimpianto.
Ma la cosa più inquietante la dice quando affronta il capitolo «costi» dell’operazione. La compagnia di navigazione Costa Crociere sta forse tergiversando e le lungaggini le dobbiamo a una ritrosia nell’aprire il portafoglio? Clini ha parlato chiarissimo e ha definito «non praticabile» la via del rimborso: lo Stato dovrebbe mettere i soldi e l’impresa poi interverrebbe a giochi fatti. «Stiamo cercando di fare in modo che le operazioni di rimozione dello scafo non siano condizionate dai costi. Sull’argomento apriremo un negoziato e non lasceremo solo il commissario della protezione civile Gabrielli». È evidente che c’è un tira e molla privato-pubblico, ma questa volta è il primo a dover porre rimedio all’immenso danno (la Costa non si era detta pronta a un piano-recupero assumendosene tutta la responsabilità ?). Il governo, da parte sua, può solo assicurare quanto prima un decreto sulle rotte che prenda in considerazione, oltre alle distanze di sicurezza per tutti, anche speciali misure per la fragile Laguna di Venezia. 
Anche Gabrielli non è proprio tranquillissimo. Ha gli occhi del mondo puntati addosso per la possibile catastrofe ambientale che si prospetta ed è impegnato già  in un’Italia messa in ginocchio da cumuli di neve e ghiaccio e stretta nella morsa del maltempo ancora per tutta la settimana. Il commissario continua a sostenere che «bisogna fare in fretta», soprattutto riguardo il carburante. «Il giorno che non ci sarà  più, sarò sereno…», confessa. 
Ieri ha incontrato i gigliesi per un briefing informativo sulle procedure intraprese e ha riconfermato quanto detto in precedenza. Ci vorranno dai sette ai dieci mesi per far sparire dal mare la nave: sette se si sceglierà  il frazionamento del corpo, dieci se si tirerà  via, come auspicano gli abitanti dell’isola e anche una associazione come Greenpeace («non tagliamo la nave, l’impatto ambientale sarebbe disastroso»). Per il defueling, si aspettano condizioni meteo migliori, slittano quindi a tempo indeterminato. E il 12 febbraio, a un mese circa dall’incidente, ci sarà  una nuova conta delle presenze operative al Giglio con una rimodulazione delle unità  di soccorso e degli interventi.


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