Giù per le scalinate con la vecchia peugeot

by Editore | 23 Febbraio 2012 7:09

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Gli uomini che conservano cuore di ragazzi dovrebbero augurarsi un grande amico come Enzo Sellerio. Il quale era bello come Majakovskij, leale come il gran Meaulnes, geniale come un Groddeck trapiantato in Sicilia, con radici allungate in mondi freddi e appassionati. Per me Enzo era Palermo, e per Enzo Palermo era una dannazione, da riscattare ogni giorno ironicamente o furiosamente. Scriveva lettere ai giornali, o piuttosto cartoline, arte in cui eccelleva, grazie alla predilezione per il gioco di parole e una grafia di fiorita e spiritosa eleganza. Suo padre Antonio, siciliano di Geraci, era stato un insigne fisico e matematico e ingegnere. Sua madre, Olga Andres, ebrea di Grodno, oggi Bielorussia, l’aveva incontrato in Germania e seguito a Palermo, dove insegnò russo, senza rassegnarsi alle fettuccine con le seppie, “pasta con l’inchiostro”. Enzo proclamava che un vero fotografo è uno scrittore che si esprime per immagini: magnifico scrittore chi sapesse esprimersi per parole come Enzo con le fotografie. Che sono, altro che neorealismo, racconti condensati, film da fermo, come quella col plotone di esecuzione dei ragazzini della Kalsa, e le bambine che li guardano annoiate, o quella, la più cara, della bambina che porta il suo minuscolo cono gelato, danzando sui tacchi di zoccoli non suoi, al padre pescatore seduto in mezzo alla strada. Hanno a volte titoli memorabili, come quella in cui “L’oste conduce il suo asinello a vedere la portaerei Indipendence, Palermo 1960”. (C’è un’eco famigliare: il padre di Enzo con la sua équipe aveva costruito un reattore nucleare a Villa d’Orléans, in gara con il Cnr, e aveva aspettato a lungo il combustibile, che alla fine era arrivato: “uranio arricchito trasportato sulla soma di un asino da uno svogliato contadino”).
La carriera di fotografo di Enzo è leggendaria: cominciata tardi, smessa presto. Nel 1947, a 23 anni, era diventato assistente (assistito, diceva lui) di diritto pubblico all’università , un buon posto da lasciare. Girava con una vecchia Peugeot e la famiglia a bordo: quando Elvira rivendicava percorsi meno turbolenti, si buttava giù da una delle famose scalinate siciliane. Ebbe un successo rapidissimo, e colse l’occasione per non andare a vivere, come gli si offriva, in America. Un grande fotografo suscita ammirazione, ma mai quanto uno che smise di fare il grande fotografo. L’ho accompagnato a fotografare luoghi preziosi, Scicli o Segesta, benché non abbia visto poi le foto stampate: forse faceva come certi cacciatori pentiti, che ogni tanto rimettono l’occhio nel mirino della doppietta scarica, e la sua vecchia amata macchina era vuota di rullino. 
A quarant’anni si è troppo vecchi per le avventure, aveva proclamato. Così nel 1969 si avventurò, con Elvira, Leonardo Sciascia e altri amici stretti, nell’impresa della casa editrice. Poi si sarebbe riservato l’edizione di volumi d’arte legati alla Sicilia, pittori fotografi e scrittori, o collezioni di scacchetti e fazzoletti, le carte veline in cui erano avvolti i limoni da esportare. Tornava dai mercati delle pulci carico di giocattoli, dipinti su vetro, ex-voto. Cantava Mozart e duettava con Olivia bambina, che non ha più smesso. Di suo figlio Antonio stava diventando piano piano fratello. 
Enzo aveva una compagna, Lucia. Lui ed Elvira si erano separati da tanti anni; dopo un po’ diventò un modo di stare uniti per sempre. Le loro tre case, quella di Elvira, quella di Enzo, e quella editrice, stanno in poche decine di metri. C’è quell’altra foto famosa, di Elvira giovane e Olivia piccolissima, il titolo dice: «Mia figlia Olivia sorpresa dalla madre mentre cerca di salire abusivamente nello studio del padre, Palermo 1967».

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