I due marò italiani arrestati in India

ROMA — Affare di Stato. Con la «presa in custodia» di due militari italiani da parte delle autorità  locali a Kochi, questo è irreversibilmente ormai diventato il caso dei due pescatori indiani morti a bordo del St. Antony, un peschereccio che, secondo la versione più diffusa nel Paese delle vittime, sarebbe stato raggiunto mercoledì scorso da colpi d’arma da fuoco. A sparare i proiettili, stando alle accuse, sarebbero stati i marò del reggimento San Marco in servizio antipirateria sulla petroliera Enrica Lexie e ieri due dei sei della squadra in divisa imbarcata, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, sono stati trattenuti in una condizione che in India l’informazione definisce arresto e le fonti italiane si sono preoccupate di descrivere, almeno fino a ieri sera, più come fermo che detenzione vera e propria.
Del caso, ha fatto sapere la Farnesina, viene «informato costantemente il presidente del Consiglio Mario Monti». 
Il problema è che questo caso nato in acque internazionali (a 33 miglia dalla costa secondo la versione italiana, a 22 secondo l’indiana) di Stati ne coinvolge non soltanto due, l’India e l’Italia, ma in qualche modo tre. Terza economia dell’Asia, Paese che tra il 2010 e il 2011 ha avuto un tasso di crescita dell’8,5% e del quale siamo il quarto partner commerciale dell’Unione Europea, l’India è una repubblica federale, divisa in 28 Stati e sette unità  territoriali. Kochi è nello Stato del Kerala. E se, per esempio, l’ambasciatore d’India a Roma ha concesso soltanto in un paio d’ore il visto ai funzionari italiani mandati a occuparsi del caso, non altrettanta può essere la disponibilità  del Kerala, base dei pescatori morti, Stato con attitudini diplomatiche non necessariamente pari a quelle di New Delhi. 
È la ragione per la quale il governo Monti ha cercato di limitare le dichiarazioni di propri membri per evitare un convulso ping pong mediatico tra capitali. Già  prima che i due militari venissero trattenuti, della morte dei pescatori avevano cominciato a occuparsi i ministri degli Esteri Giulio Terzi, della Difesa Giampaolo Di Paola e della Giustizia Paola Severino. Ognuno dei tre ha fatto partire un inviato per New Delhi, e ieri Severino, intervistata da Lucia Annunziata, ha detto che la vicenda della Lexie «non è tranquillizzante» e ha riferito: «Abbiamo trattato tutta la notte». 
Gli italiani sostengono di aver sparato 20 colpi, in aria e in mare, per dissuadere dall’avvicinarsi alla petroliera una barca che in acque spesso battute da pirati non rispettava i segnali affinché stesse alla larga. Una versione indiana è che il peschereccio sarebbe stato raggiunto da 60 proiettili. Assistiti dal console generale a Mumbai Giampaolo Cutillo, gli italiani lamentano che sui pescatori, Gelastine, 45 anni, e Ajesh Binki, 25, non sono state eseguite autopsie per capire da quali colpi sono stati uccisi.
Se le accuse indiane fossero vere, quanti hanno sparato si troverebbero per certi versi in posizioni simili a quelle dei soldati americani che per errore ammazzarono in Iraq Nicola Calipari a un posto di blocco. Ma adesso gli elementi sono pochi e contraddittori per permettere sentenze. «Il governo italiano ritiene sia competente la magistratura italiana, essendo i fatti avvenuti in acque internazionali su una nave battente bandiera italiana» ha affermato in una nota la Farnesina ricordando che a regolare la presenza di militari sui mercantili è una «legge italiana che risponde anche alle esigenze delle risoluzioni dell’Onu» sulla pirateria. «I militari sono organi dello Stato italiano» e «godono dell’immunità  dalla giurisdizione rispetto agli Stati stranieri» è stato il perno del comunicato che ha attribuito «atti unilaterali» alla polizia. Questo hanno detto a propri colleghi i funzionari inviati a New Delhi. Risultato: «La riunione non ha permesso di raggiungere una posizione condivisa».
Oggi in India è festa, possibile che Latorre e Girone non tornino sulla Lexie. La diplomazia continuerà  a trattare. Terzi aveva in agenda per fine mese visite in Asia, India compresa. E ci vuole andare.


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