La Grecia brucia, ma Francia e Germania ricattano sulle armi

Tagli su tutto, misure da dittatura sudamericana, stipendi ridotti alla fame, sfratti immediati se non si pagano le bollette, paese ipotecato per anni. Il fallimento comporterebbe forse ulteriori scenari da incubo ma probabilmente il default greco farebbe più danni alle banche tedesche e francesi che ai cittadini stremati. Va detto però che nessuna via è semplice, nessuna ricetta è sicura e indolore, nessun provvedimento è risolutivo sia esso dettato dalla logica liberista (rigore fiscale, meno spese sociali, più flessibilità  sul lavoro, più investimenti stranieri), sia esso di stampo “socialdemocratico” (più sostegno al reddito, più intervento statale ma anche maggiore deficit).

Lo scandalo non è l’imposizione europea di misure draconiane sulla pelle dei già  provati greci ed è ridicola e preoccupante la retorica dei partiti estremisti di destra e di sinistra che paragonano la resistenza contro la cancelliera Merkel alla lotta dei partigiani contro l’occupazione nazista. Lo scandalo sta tutto nell’unico capitolo di spesa che non è stato neppure sfiorato dai tagli: quello della difesa. Perché mai la Grecia aumenta le spese militari? Perché sta per comprare sommergibili? Sono in preparazione grandi manovre contro la Turchia? Nulla di tutto questo. Ancora una volta bisogna andare a Parigi e a Berlino. Ed è qui che si comprende lo scandalo, le pressioni tedesche e francesi sui vari governi greci perché sottoscrivano commesse miliardarie (in euro) in armamenti, naturalmente con aziende dei due paesi che volevano fare il direttorio in Europa.

Nelle settimane scorse i siti d’informazione “alternativa” e “pacifista” avevano segnalato la faccenda. Pochi li avevano ascoltati. Oggi neppure il Corriere della Sera può tacere e denuncia le vergognose pressioni. Tutto nasce durante gli sciagurati anni in cui in Grecia ha governato la destra di Kostas Karamanlis, anni di cifre truccate, di sogni olimpici tramutati nell’incubo della voragine dei conti pubblici. Fino al 2009 Karamanlis godeva di un grande appoggio della Merkel, sanzionato anche da intese sulle forniture militari. Così Atene acquistò 170 carri armati panzer Leopard (1,7 miliardi di euro) e 223 cannoni dismessi dalla difesa tedesca. Ma il piatto forte erano i sottomarini targati ThyssenKrupp: quattro, di ultima generazione. Il socialista Papandreou, subentrato alla destra ellenica, non ne voleva sapere ma nel marzo del 2011 si è dovuto piegare con un accordo che sa di capitolazione: due sottomarini al prezzo di 1,3 miliardi di euro, altri 223 panzer per 403 milioni di euro, più (e questa è la novità  del governo di unità  nazionale guidato da Lukas Papademos) 60 caccia intercettori. Non è finita, anche Parigi presenta il conto. Che si traduce in 6 fregate e 15 elicotteri (4 miliardi di euro), alcune motovedette per la modica cifra di 400 milioni. Esito finale? Scrive Mario Nese: “Per il 2012 la Grecia prevede una spesa militare superiore ai 7 miliardi di euro, il 18,2% in più rispetto al 2011, il 3% del Pil”. Mentre la spesa sociale è tagliata del 9% facendo precipitare sotto la soglia di povertà  oltre un quarto della popolazione.

Pure “Libero”, altra testata non certo pacifista ma che in questi giorni trasuda di furore antitedesco, mette il dito nella piaga. Riporta l’agenzia di stampa Blitz quotidiano: “La Merkel impone alla Grecia tagli lineari alla spesa pubblica ma non alla Difesa. A sostenerlo è il quotidiano Libero che in un articolo, comparso il 10 gennaio, riporta un’inchiesta del settimanale Die Zeit. Secondo il giornale di Amburgo i rifornimenti di armamenti della Grecia sarebbero tutti di provenienza tedesca. Con un esercito di 130mila uomini, la Grecia spende per la Difesa più di sette miliardi di euro, pari al 3% del Pil: nella Nato soltanto gli Stati Uniti spendono di più.

Il quotidiano Libero commenta così le spese della Difesa ellenica: «È una mangiatoia formidabile per l’industria militare della Germania che negli ultimi anni ne ha approfittato per piazzare negli arsenali greci 170 panzer Leopard dell’ultima generazione (valore 1,7 miliardi) e 223 cannoni semoventi corazzati del tipo M 109 dismessi dalla Bundeswehr». Ottimi affari farebbero anche i cantieri Howaldtswerke di Kiel sul mar Baltico, con la vendita alla flotta greca di quattro sommergibili per quasi 3 miliardi di euro.

Come per i panzer, anche per i sommergibili, il governo di Papademos ha ottenuto dai costruttori tedeschi l’apertura sul territorio greco di fabbriche di assemblaggio e di cantieri di rifinitura che hanno creato circa mille nuovi posti di lavoro”. Ecco, la solita pretestuosa giustificazione della creazione di posti di lavoro a seguito di commesse militari.

C’è anche di più. Come denunciato da Unimondo la Grecia è uno di quei paesi che non forniscono le cifre ufficiali sulle consegne effettive di sistemi militari esportati da altri paesi: “[Il rapporto UE sull’export di armi] avverte che Belgio, Danimarca, Germania, Polonia, Grecia, Irlanda e Regno Unito “could not supply these data” e che pertanto i totali della “riga C” (le consegne) “non riflettono le effettive esportazioni di armamenti dell’Unione”.

Non è la prima volta che questi paesi non forniscono all’Unione le cifre sulle consegne di armamenti. Già  lo scorso anno gli stessi paesi non le avevano presentate: in particolare – da una nostra ricognizione di tutti i 13 rapporti – se Grecia e Irlanda non li hanno presentati solo negli ultimi due anni, Belgio e Germania non li stanno riportando dal 2007, la Polonia dal 2006, mentre Danimarca e Regno Unito non li stanno fornendo fin dal 2003. Una mancanza di non poco conto sulla quale andrebbe sollevata qualche interpellanza parlamentare considerato che le “linee guida” per la compilazione del Rapporto sono state definite da oltre dieci anni e ribadite due anni fa con l’implementazione della nuova Posizione Comune del 2008. (2008/944/PESC).

Si tratta di una mancanza alquanto sospetta soprattutto nel caso del Regno Unito e della Germania che sono due dei maggiori esportatori europei e internazionali di sistemi militari”.

Insomma siamo davanti a un circolo vizioso che vede le industrie di armi ricattare i propri governi che a loro volta ricattano gli anelli deboli della catena. Questa volta è il turno della Grecia. Poi di chi sarà ?


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