La pentita spinta al suicidio Arrestati i suoi genitori

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REGGIO CALABRIA — Alla fine aveva ceduto ed era tornata a casa, come le chiedevano i genitori: «Cetta tornatene indietro, che questi qua vogliono il male nostro… tu devi dirgli che non sai niente!». E aveva pure registrato una ritrattazione delle dichiarazioni rese ai pubblici ministeri mentre era lontano da Rosarno, sotto protezione dello Stato: «Mettevo sempre mio padre e mio fratello anche se non c’erano, solo per rabbia». Ma poi, rientrata tra le mura in cui si sentiva prigioniera di mamma e papà , col marito in carcere e il fratello da cui temeva ritorsioni, Cetta ha capito di essere di nuovo in trappola. E ha provato a fuggire di nuovo. Chiedendo aiuto al fidanzato segreto, «Mi sento in gabbia», e ai carabinieri: «Mandate qualcuno voi, tipo come se uno mi arresta, tipo una cosa così».
All’altro capo del telefono il carabiniere si mostrava pronto ad andarla a prendere, ma lei ha chiesto altro tempo: «Mia figlia sta male, aspetto due o tre giorni e vi richiamo». Non ce l’ha fatta, e quarantott’ore dopo s’è suicidata ingurgitando acido muriatico.
È morta così, il 20 agosto scorso, Maria Concetta Cacciola, trentuno anni ancora da compiere, donna di ‘ndrangheta suo malgrado, moglie, sorella e figlia di sospetti affiliati alla cosca Bellocco che insieme ai Pesce governa Rosarno, nella piana di Gioia Tauro; aveva provato a riscattarsi con un nuovo uomo e riferendo ai magistrati della Procura antimafia di Reggio Calabria i «discorsi di malavita» che era stata costretta a sentire in casa. Più che «pentita», testimone di giustizia: per liberare se stessa e i suoi tre figli — 16, 12 e 7 anni — dalla morsa di regole che le impedivano di vivere come voleva. «Ma la ‘ndrangheta non tollera il tradimento delle proprie donne, e soprattutto non perdona», ammonisce il procuratore aggiunto Prestipino. Appena Maria Concetta ha cominciato a collaborare con gli inquirenti, nella primavera scorsa, è cominciato l’assedio dei familiari per farla ritrattare e tornare a casa. Attraverso pressioni, minacce e percosse — accusano ora il procuratore di Palmi Giuseppe Creazzo e la sostituta Giulia Masci — che l’hanno spinta fino al suicidio. E così ieri il giudice ha ordinato l’arresto dei due genitori e del fratello (al momento latitante) per i reati di maltrattamenti in famiglia e violenza per commettere il reato di falsa testimonianza.
Perché questo era l’obiettivo: farla mentire e ritrattare, per svuotare di significato i verbali che aveva sottoscritto. «Dal magistrato deve andare, e gli deve dire che non vuole più essere protetta», intimava suo padre al telefono dopo una «missione» con la moglie a Genova per incontrare la figlia e convincerla a ripresentarsi a Rosarno. «O con noi o con loro devi stare — le ordinava la madre in una delle conversazioni intercettate — … Tu devi lasciare tutte ‘ste cose… Cetta, giura che domani lo fai». E lei, che se n’era andata affidando i figli ai nonni ma voleva riabbracciarli, aveva cominciato a pensarci. Però all’amica del cuore confidava: «Ho paura a tornare indietro… Io non mi sento… Chi me lo fa fare, se e poi campo un anno e mezzo…». Col fidanzato ribadiva i suoi timori, e quello gli ricordava le botte subite in passato: «Tutto quello che mi hai detto tu, il fatto della costola (rotta, deduce il giudice, ndr)… Il fatto che ti hanno mandato all’ospedale, che ti alzano le mani addosso…».
In una telefonata col padre che continuava a chiederle di rinunciare alla protezione, l’uomo faceva ascoltare a Maria Concetta il pianto della bambina più piccola: «Ma la senti tua figlia che cosa sta facendo?». «Digli di stare tranquilla», implorava la donna, ma il padre insisteva: «Che tranquilla, Cetta, questa qua sta morendo!».
Così la donna, all’inizio di agosto, aveva capitolato. E dalla casa in cui era rientrata mandava messaggi telefonici al fidanzato: «Mi portano avvocati avvocati per farmi ritrattare, dirgli che uso psicofarmaci e che l’ho fatto per rabbia…». La figlia maggiore era andata a trovare il padre in carcere e l’aveva avvertito: «È tornata mamma!… Ieri è andata dall’avvocato… per registrare». Si tratta, secondo gli inquirenti, dell’audiocassetta in cui la testimone cerca di spiegare che quanto aveva riferito ai magistrati erano invenzioni, frutto di rancore nei confronti del padre. Ma nella registrazione, dopo che Maria Concetta dice «ora sono a casa mia e ho riacquistato la serenità », è rimasta incisa anche la voce di un’altra donna che le suggerisce altre frasi: «Vorrei essere lasciata in pace nel futuro…».
La serenità  ritrovata era un’invenzione. Ancora il 18 agosto la donna, divisa tra voglia di libertà  e l’amore per i figli che non voleva lasciare, confessava alla madre di volersene riandare, ma la madre le urlava contro: «No Cetta, no assolutamente!». Due giorni dopo l’hanno trovata morta, uccisa dal veleno che lei stessa ha mandato giù pur di non restare prigioniera delle storie di ‘ndrangheta e di vessazioni familiari in cui era precipitata.
Giovanni Bianconi


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