La silenziosa invasione dei cinesi. Così la Siberia si allontana dalla Russia


I mutamenti sempre più rapidi della geopolitica mondiale negli ultimi decenni fanno entrare in crisi quanto meno alcuni capitoli delle tradizionali teorie del colonialismo e dell’imperialismo. Si pensi agli acquisti di terreni coltivabili, o comunque utilizzabili economicamente, in Paesi diversi dal proprio. Negli anni successivi alla fine dell’Unione Sovietica una rivista russa pubblicò una vignetta nella quale Hitler guardava verso est e pensava: «Questo spazio avrei fatto meglio a comprarlo». Ma quello stesso spazio, o per lo meno la sua parte più estesa, la Siberia, è protagonista di un altro fenomeno in atto. Riassumiamolo così: è possibile che il colore di questo immenso territorio nelle carte geografiche cambi entro un numero non elevato di anni.
I russi cominciarono a esplorare la Siberia nella prima metà  del Seicento. Nel 1639 un cosacco arrivò per primo sulle rive del Pacifio, e nove anni dopo venne raggiunto lo stretto di Bering. L’Alaska fu conquistata dai russi tra Sette e Ottocento, ma venduta agli Stati Uniti nel 1867 per poco più di 7 milioni di dollari. Entro il 1860 (che è anche l’anno della fondazione di Vladivostok) fu completata l’occupazione russa della Siberia nei suoi confini attuali. Indebolito all’interno e all’esterno da numerosi elementi di crisi, l’impero cinese poté solo opporre dei freni all’espansione russa in un territorio che, pur non appartenendogli, aveva conosciuto una sua secolare presenza.
Per moltissimo tempo la Siberia fornì all’impero zarista soprattutto pellicce di zibellini, ermellini e castori, molto apprezzati, e non meno pregiato legname. Chi ha visto il film di Kurosawa Dersu Uzala ricorderà  questo magnifico continente di nevi e foreste. L’utilizzazione economica moderna della Siberia (miniere, soprattutto) appartiene agli anni staliniani. Ed è durante la seconda guerra mondiale che una parte dell’apparato industriale sovietico viene dislocato, per proteggerlo, anche in questa regione. Della quale però, a guerra finita, comincia presto il declino.
Le industrie tornano a ovest, e con loro gli uomini e le donne, specie giovani. Tra il 1990 e il 2010 la popolazione della parte orientale della Siberia l’Estremo Oriente ruso -, già  in precedenza indebolita, scende ancora da 9 a 5 milioni, su un territorio che corrisponde al 37% dell’intera Federazione.
Parallelamente, 100 milioni di cinesi si accalcano, affamati di terra e di occasioni di lavoro, lungo il confine meridionale della Siberia, nella Mongolia Interna e soprattutto in due delle tre province che costituivano un tempo la Manciuria. Epurati e cacciati in età  staliniana, i cinesi della Siberia hanno cominciato a tornare, silenziosamente, nel dopoguerra, dedicandosi in prevalenza al piccolo commercio (si può dire che la Siberia abbia più rapporti commerciali, legali o illegali, con la Cina che con il resto della Russia). Non si sa quanti siano oggi i cinesi in Siberia: la cifra che viene più ripetuta è quella di 300mila, ma c’è chi arriva a parlare di più di un milione e mezzo.
La vera svolta si verifica a partire dalla perestrojka in Russia e dall’avvio della scelta capitalista in Cina. Raggiunge il suo culmine nel settembre 2009, quando i due Paesi firmano accordi per un programma di cooperazione fino al 2018, che prevede 205 grandi progetti comuni.
L’idea di fondo di questi accordi è quella di uno scambio tra materie prime russe e tecnologie e capitali (ma anche manodopera) cinesi. Si cedono alla Cina, in pratica, i giacimenti minerari di circa la metà  del territorio russo, con l’unica eccezione dei diamanti della Jakuzia. E per le zone in cui non ci sono abbastanza cinesi si prevedono nuovi insediamenti, nuove linee e mezzi di trasporto per raggiungerli.
Attraverso feste, consumi, spettacoli, cresce anche l’influenza culturale della Cina, mentre la Russia, la cui relativa arretratezza è evidente anche nel campo della ricerca scientifica, appare sempre più come una grande neo-colonia: una situazione assolutamente rovesciata rispetto a quella degli anni Cinquanta tra la Cina di Mao e lo “Stato guida” sovietico. Nel bilancio commerciale della Russia con la Cina, solo una voce, quella della vendita di armi, è in attivo. E nell’insieme delle risorse siberiane, ciò che sembra interessare ai russi è solo il controllo del settore petrolifero, per loro vitale (tuttavia la Cina è uno dei principali azionisti del gigante Lukoil). Molti russi che non sono ancora partiti, o che non ne hanno la possibilità , non riescono ad adattarsi a questi mutamenti sempre più rapidi: «Ci hanno venduti alla Cina», dicono.
Negli anni Novanta si discusse a lungo del futuro della Siberia. Si prospettarono soluzioni separatiste o favorevoli alla formazione di più repubbliche, corrispondenti alle diverse popolazioni. Ma questa discussione tramontò lentamente, a dimostrazione dell’assenza di una vera e propria identità  nazionale siberiana. Oggi ci si chiede cosa possa accadere il giorno in cui pochi isolotti di cultura russa finiscano per perdersi in un oceano di cinesi. Difficile pensare a una vera e propria annessione, con il passaggio di un così vasto territorio da un impero a un altro. Più probabili formule miste, come una sorta di condominio russo-cinese. Meglio, però, non sbilanciarsi, in un’epoca di accelerazione della storia contemporanea che moltiplica il rischio delle previsioni. E tuttavia, che possano esserci abbastanza presto nuovi colori nelle carte geografiche è tutt’altro che da escludere.


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