Le fiamme, il blackout, i motori spenti In mille tra le onde nell’Oceano


DIEGO SUAREZ (Madagascar) — Erano partiti da quest’angolo di paradiso sabato scorso, poche ore prima che sulla zona si abbattesse un tifone. Una traversata in mezzo all’oceano per raggiungere Mahe, l’isola delle Seychelles dove l’approdo era previsto questa sera. E invece, se tutto andrà  bene, ci arriveranno giovedì pomeriggio.
La maledizione continua a colpire la Costa Crociere. L’incendio nella sala generatori manda alla deriva la «Allegra», famosa come la «nave di cristallo», e probabilmente anche la Compagnia. Perché, dopo il naufragio della «Concordia» all’isola del Giglio, questo nuovo e gravissimo incidente adesso rischia di far fallire l’intera azienda. Non ci sono vittime, forse neanche feriti. Ma il colpo rischia di essere mortale e forse non è un caso che Costa si affretti a escludere che si sia trattato di un sabotaggio e pure i sindacati parlino di tragica fatalità . 
Ci sono 1.049 persone — 636 passeggeri di varie nazionalità  e 413 membri di equipaggio — che hanno già  trascorso un’intera notte in mezzo alle onde, al buio, senza poter accendere i motori e governare la navigazione. Praticamente alla deriva. Ci sono 212 italiani (i passeggeri sono 135) che stanno vivendo un incubo simile a quello del 13 gennaio scorso nel tratto di fronte all’Argentario quando la nave guidata da Francesco Schettino aveva prima sbattuto contro gli scogli e poi si era adagiata su un fianco in un naufragio che ha provocato, secondo il bilancio aggiornato a tre giorni fa, 25 morti e sette dispersi. 
L’allarme scatta alle 10.39 ora italiana, quando il comandante Nicolò Alba comunica all’unità  di crisi della Compagnia che c’è stato un incendio. L’equipaggio è riuscito a domare le fiamme, ma il danno è grave: i motori sono spenti, il sistema che manda energia è in blackout. Si va avanti per qualche ora con quello di emergenza, ma l’autonomia non dura molto, le comunicazioni si interrompono all’improvviso. A Genova sono al lavoro Roberto Ferrarini, Manfred Ursprunger e Paolo Parodi, tutti e tre indagati per il naufragio della Concordia. Tocca ancora una volta a loro gestire le fasi di emergenza e attivare e una squadra di 14 tecnici che già  questa mattina dovrebbero raggiungere Mahe e in elicottero arrivare a bordo.
Mentre Costa si occupa della nave, il comando della Capitaneria italiana gestisce le operazioni di soccorso. Ci sono tre imbarcazioni commerciali e due pescherecci che possono avvicinarsi alla «Allegra» per fornire energia e così ripristinare il contatto con la terraferma, ma i tempi sono comunque lunghi. Il primo peschereccio francese l’ha affiancata intorno alle 23 con il compito di favorire le comunicazioni con l’Italia. Non ha però la capacità  di trainarla fino alle Seychelles: a questo dovranno provvedere due rimorchiatori che la raggiungeranno oggi pomeriggio, poi ci vorranno almeno 48 ore per effettuare la traversata. 
I passeggeri vengono subito informati, ci si predispone per evacuare la nave. Ci sono scene di panico, la paura è tanta, soprattutto perché ci si trova in mezzo all’oceano e l’eventualità  di dover proseguire il viaggio sulle scialuppe terrorizza la maggior parte dei passeggeri. L’approdo più vicino è Alphonse Island, un piccolo atollo che al momento rappresenta la meta più sicura. Quando si accerta che la nave garantisce il galleggiamento si esclude l’abbandono immediato, ma entro stasera — se si riuscirà  a effettuare il trasbordo su uno dei mercantili, oppure a reperire gli elicotteri necessari — è proprio ad Alphonse Island che si potrebbe decidere di trasferire almeno gli oltre 600 passeggeri per poi attivare un ponte aereo con Mahe. Anche perché la situazione rischia di degenerare: il caldo all’interno della nave è soffocante visto che l’impianto di aerazione è in tilt, così come quello che fa funzionare i bagni. Si dorme all’aperto e questo fa aumentare il disagio che rischia di trasformarsi in disperazione e poi in terrore. 
A bordo viaggia anche un team di sei specialisti della Marina militare. Sono i marò che compongono un’unità  di protezione antipirateria ingaggiata dalla Costa nel timore che la nave potesse essere assalita e rapinata. Si mettono a disposizione del comandante, collaborano con l’equipaggio. Ma in realtà  non c’è molto da fare prima dell’arrivo dei soccorsi se non assistere i passeggeri, rassicurandoli per quanto è possibile. In ogni caso si cerca di fare più in fretta possibile, anche perché questa è la stagione delle piogge e la tempesta prevista per le prossime ore potrebbe aggravare ulteriormente la situazione. La Farnesina ha subito attivato il console alle Seychelles Claudio Izzi, non escludendo di poter provvedere al rimpatrio degli italiani appena la «Allegra» arriverà  in porto alle Seychelles e comunque predisponendo quanto necessario per sbarcare prima ad Alphonse Island.
Si pensa al soccorso, ma ci si interroga anche sulle cause di questo incidente. Il capitano Giorgio Moretti, che Costa indica come direttore dell’unità  di crisi, spiega che «la Compagnia tende a escludere il dolo», pur precisando che adesso «saranno svolti tutti gli accertamenti». È un’ipotesi che spaventa, ma quella dell’incidente non appare comunque meno grave. Perché ripropone in maniera pesante gli interrogativi sul funzionamento dei sistemi di sicurezza delle navi già  emersi durante le indagini condotte dalla Procura di Grosseto sul naufragio del Giglio. «Recentemente la “Allegra” aveva superato tutti i controlli», assicura Moretti. È un’affermazione che non basta a fugare i dubbi e non è escluso che possano essere gli stessi magistrati ad avviare accertamenti su questo incendio proprio per verificare eventuali falle che riguardino la manutenzione. 
Qui nel porto di Diego Suarez la nave della Costa, con quelle vetrate di cristallo che la rendono unica, la conoscono bene. Preziosa come questa baia che la stessa Compagnia ha scelto perché — informa sui suoi depliant con le offerte — «è la terza più bella del mondo dopo Sidney e Rio De Janeiro». Due giorni fa, poche ore dopo che la «Allegra» era salpata, è cominciata una tempesta. «È la coda del ciclone Giovanna che ha devastato le nostre terre», affermavano sicuri alcuni esperti locali. Il mare si era gonfiato, c’erano onde altissime. «Chissà  come sarà  in mezzo all’oceano», si chiedevano. In realtà  a bordo della nave stavano benissimo. Fino all’incendio. Fino a questa drammatica e tragica avventura.


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