«Il dialogo con Tehran è possibile. E necessario»

by Editore | 7 Febbraio 2012 10:53

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Da qualche tempo l’Iran è descritto come la prossima minaccia alla sicurezza globale, vicino ad avere bombe atomiche e pronto a usarle. Il dialogo tra Tehran e le potenze occidentali è di fatto interrotto da oltre un anno. Un paio di settimane fa è stato detto che la responsabile della politica estera dell’Unione europea, Catherine Ashton, ha rivolto un invito al capo dei negoziatori iraniani Saeed Jalili a riprendere i colloqui. Ma sembra che nessuno creda davvero: in quegli stessi giorni l’Unione europea ha decretato l’embargo sul petrolio dell’Iran, un gesto quasi di guerra. 
Eppure, risolvere la crisi con l’Iran «sarebbe rimuovere una grave fonte di tensione», scrivevano qualche tempo fa sei ambasciatori europei che hanno rappresentato i rispettivi paesi in Iran in anni recenti. Tra loro l’ambasciatore d’Italia Roberto Toscano. Dopo una carriera che lo ha portato tra l’altro in Cile (nel 1973 al tempo del golpe), Unione sovietica e Stati uniti, Toscano ha rappresentato l’Italia in Iran tra il 2003 e il 2008, prima di passare in India. Nell’ultimo anno, da quando ha lasciato il servizio, è stato ricercatore al Woodrow Wilson Center a Washington. L’abbiamo incontrato a Roma. 

Perché il dialogo è bloccato? In quella lettera lei dice che le nazioni occidentali dovranno «abbandonare la pretesa di costringere l’Iran a rinunciare in toto al suo programma nucleare». 
Sì, questo è il punto centrale. Ed è la discriminante tra sanzioni che servono ad ammorbidire l’avversario intransigente, e sanzioni che possono portare all’escalation di guerra. La differenza è che serve un’ipotesi di accordo che tenga conto della linea irrinunciabile per l’altra parte: se imponi sanzioni perché l’altro si arrenda, sei già  in guerra. Per l’Iran l’arrichimento non è negoziabile, e non lo sarebbe neppure con un governo del movimento verde. Invece, ciò su cui si può e si deve insistere sono le garanzie: visto che l’Iran è stato meno che trasparente, e ha lasciato spazio a molti sospetti e interrogativi, si chieda che accetti il Protocollo aggiuntivo e magari controlli ulteriori. Anche perché non c’è nulla nel Trattato di non proliferazione che impedisca l’arricchimento. 

Però sentiamo dire che l’Iran viola il Tnp, è vicino a fare armi nucleari…
L’Iran non ha violato il Tnp. I rapporti dell’Aiea sull’Iran sollevano dubbi e domande, ma non si può trasformarle in affermazioni. Non solo: non si dice che gli ispettori dell’Aiea non hanno mai smesso di visitare i siti atomici dichiarati. Certo, il Protocollo aggiuntivo consente anche ispezioni in siti diversi da quelli dichiarati, quindi darebbe maggiori garanzie. E però, quanti sono i paesi firmatari del Tnp che firmano anche il Protocollo aggiuntivo? Una minoranza.

Dunque quando gli iraniani quando dicono che nei loro confronti si usa un doppio standard…
E’ vero. Detto questo, sarebbe nell’interesse di tutti impedire che l’Iran sviluppi armi nucleari: per le conseguenze regionali – l’Arabia saudita, la Turchia, proliferazione chiama proliferazione – e perché è un fattore di tensione. Insomma, sarebbe meglio arrivare a una formula per impedire che l’Iran abbia la bomba atomica. Il punto è: se non dovessimo riuscirci? Bisogna avere un fall back, ed è quello classico della deterrenza e del containment. Se è stato fatto con l’Unione sovietica, perché non con l’Iran?

Negli ultimi mesi vediamo un crescendo: l’Iran è descritto come una minaccia da fermare con tutti i mezzi – embargo, isolamento. Sui media si discute di attacco, come a voler preparare l’opinione pubblica. Non le ricorda i mesi che precedettero l’invasione dell’Iraq nel 2003?
I paralleli sono inquietanti. E l’atmosfera è pericolosa anche perché si diffonde un’idea falsa: non solo che l’Iran sia già  in violazione del Tnp, ma anche che con l’Iran la deterrenza non serve, che sono imprevedibili, pazzi… Io credo che bisogna distinguere. La natura del regime in Iran è quella che i suoi nemici descrivono: si pensi alla repressione dell’opposizione dopo le presidenziali del 2009. E’ un regime illiberale: ma non si può concludere che vuole la bomba atomica – e non solo la capacità  di farsela, su cui non ci sono dubbi – né che la vuole per distruggere Israele, come molti israeliani pensano. Da una cosa non deriva l’altra. Insomma: gli Stati uniti stanno accettando di negoziare con la Corea del Nord, che ha denunciato il Tnp, ha compiuto un test nucleare, ha un regime bellicoso. Anche qui c’è un doppio standard. 

Vuol dire che le nazioni occidentali devono mettere in conto un Iran nucleare? 
Credo che parlare solo di nucleare non aiuti. La questione è il ruolo regionale dell’Iran, la rivalità  sempre più esplicita con l’Arabia Saudita. I vicini paesi arabi sospettano velleità  neo-imperiali della Persia, già  dai tempi dello Shah. Anche se l’Iran non ha mai invaso un paese vicino, temono che voglia esercitare un’egemonia regionale. Bisogna tenerne conto. Ma escludere l’Iran non è possibile. Bisogna trovare il modo di riconoscere a Tehran un ruolo regionale che non sia quello temuto dai vicini arabi. I presidenti Hashemi Rafsanjani e Mohammad Khatami avevano cercato di costruire ponti con i sauditi e gli altri paesi arabi. La rivoluzione iraniana ha perso le pretese espansive dei primi tempi: con un parallelo sovietico, direi che è nella fase del «socialismo in un solo paese». E infatti la politica estera iraniana è molto classica, costruisce relazioni in base all’interesse nazionale a prescindere dalla componente ideologico-religiosa. Con la Russia non ha mai sollevato il problema dei musulmani ceceni. Perfino nel caso del Bahrein ha avuto un atteggiamento molto contenuto. Fanno eccezione il Libano, dove Hezbollah è una risorsa per Tehran, la sua «deterrenza asimmetrica» a un attacco israeliano. E l’Iraq, non solo per la sua forte popolazione sciita ma perché i dirigenti sono stati in esilio in Iran, c’è una comunicazione politica continua. Insomma, Tehran ha una politica estera molto più realista di quanto si pensi: e ciò significa che è possibile giungere a un accordo. Descrivere gli iraniani come pazzi fanatici pronti a morire in un olocausto nucleare è profondamente falso.

Da parte occidentale il dialogo è bloccato. E da parte iraniana?
Dal lato iraniano giocano due fattori. Uno sono le divisioni profonde nel regime, che impediscono di identificare l’interlocutore: il presidente Ahmani Nejad? Il Leader supremo? L’altro è che il regime, in certe sue componenti e soprattutto quella del Leader supremo, non vuole rinunciare all’elemento identitario che è l’ostilità  a Israele e all’America. Ma quando nelle manifestazioni ufficiali vediamo le folle – sempre le stesse, portate in pulmann – gridare «morte all’America», sappiamo che è solo un rituale. Gli iraniani, le persone comuni, sono piuttosto filo-americani. Chiunque nel regime riesca a produrre una normalizzazione con gli Stati uniti guadagnerà  grande consenso: per questo ogni corrente cerca di impedire che sia l’altra a riuscirci. Direi che una ragione ulteriore per essere contro l’ipotesi di attacco militare all’Iran è che finirebbe per rafforzare il regime. Come nel 1980, quando Saddam Hussein ha attaccato un regime fragile, che aveva appena un anno, frammentato, ma da allora si è consolidato. L’idea che attaccare l’Iran favorisca la democrazia è demenziale.

Nelle ultime settimane ci sono stati segnali contradditori. Atti ostili come l’embargo ma anche segnali più discreti che il dialogo non è archiviato – qualcuno interpreta così il rinvio di importanti esercitazioni militari congiunte tra Israele e gli Stati uniti, che dovevano simulare proprio un attacco all’Iran. Secondo lei quanto conta la campagna elettorale negli Stati uniti?
Barack Obama non vuole uno sviluppo militare con l’Iran. Però è molto debole a causa della campagna elettorale, con gli avversari repubblicani che fanno dichiarazioni bellicose: così deve dire che «tutte le opzioni sono sul tavolo». Lui è un centrista, ma ora si trova con un centro molto spostato a destra. E il fattore interno conta, per l’America come per l’Iran: in questo momento le due politiche interne, per motivi diversi, non sono favorevoli a un’intesa. E’ paradossale: si dice, e credo sia vero, che Ahmadi Nejad non sia contrario all’idea di un compromesso. Ma nella sua politica estera mette un tale livello retorico, con le note dichiarazioni sull’Olocausto e sparate simili, che è impossibile per l’altra parte prenderlo sul serio. Obama afferma di volere una soluzione pacifica, e credo sia vero. Ma a Tehran non è emerso un interlocutore. Certo, con un’amministrazione moderata… Molti iraniani dicono che con una figura come Mohammad Baqr Qalibaf alla presidenza il discorso politico interno si riaprirebbe. Pur essendo un ex alto ufficiale delle Guardie della rivoluzione, sarebbe visto in modo non ostile dai riformisti. E’ efficente, modernizzatore. La Guida suprema che aveva tollerato Khatami per poi bloccarlo, ha inventato Ahmadi Nejad per poi pentirsi… ora potrebe puntare su un Qalibaf per salvare il regime.

L’Europa ha avviato il primo dialogo con l’Iran sulla questione del nucleare nel 2003, quando lei era a Tehran. Gli europei hanno perso un’occasione? 
Non c’è dubbio. Nel 2003 in Iran c’era la presidenza di Khatami, e gli iraniani avevano lanciato un ballon d’essai, la proposta di un dialogo complessivo su una serie di punti di interesse comune – fu chiamato il grand bargain. Ma gli è stata sbattuta la porta in faccia. La versione riformista del regime iraniano si sarebbe consolidata se avesse ottenuto un riconoscimento all’esistenza della Repubblica Islamica. Sì, l’Europa ha mancato un’occasione. Il fatto è che sul punto essenziale, l’arricchimento, l’Europa non si è mai distaccata dalla linea americana. E’ anche vero che Khatami ha scritto la sua proposta di dialogo agli americani, non agli europei: l’Iran non ha mai guardato all’Europa ma agli Stati uniti. Ma non si può dargli torto, quando noi non sappiamo prendere le distanze. Quel negoziato era falsato dal fatto che mancava il vero soggetto.

Nel 2010 l’intesa tra Turchia, Brasile e Iran su uno scambio di combustibile atomico poteva rilanciare il dialogo. Perché è fallita?
La formula turco-brasiliana è stata un’altra occasione mancata. Il motivo è chiaro, gli Stati uniti hanno preferito proseguire con le sanzioni piuttosto che collaudare un accordo parziale. Ma le sanzioni non indurranno l’Iran a rinunciare all’arricchimento: potrà  cedere sulle ispezioni, accettare la produzione di uranio da parte di un consorzio internazionale… tutte ipotesi discusse. Non bisogna dimenticare che il nucleare è tra i pochi temi su cui il regime ha un ampio consenso. Il diritto dell’Iran ad avere un programma atomico civile è percepito dagli iraniani come un tema nazionale, non di regime. E questo spiega l’interesse politico del regime a insistere su questo tema.

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