«Su Abbà  scelta sbagliata ma a decidere è la politica»

Claudio Giardullo, segretario generale Silp-Cgil, ci può dare un giudizio dell’operato delle forze di polizia sabato sera, alla stazione Porta Nuova di Torino, e lunedì in Valsusa, durante l’esproprio dei terreni? 
Su Porta Nuova non ho abbastanza elementi per risponderle, lo farò sul terribile incidente della Valsusa, ma prima devo manifestare una preoccupazione per il ruolo che sta assumendo la questione della Tav. Abbiamo visto altre volte il concentrarsi di tensioni attorno a date e luoghi, Genova docet. Ma quando si comincia a immaginare che la polizia sia il nemico, e quando la piazza o la valle diventa il luogo di scontro tra i due schieramenti il rischio è che le cose sfuggano di mano e si perda di vista perfino l’obiettivo della protesta. Il punto è che le forze di polizia hanno un compito difficilissimo: devono garantire contemporaneamente che ci sia lo svolgimento dei lavori decisi dal governo italiano, delle manifestazioni del dissenso, e il tutto nel rispetto della legge. Sono tre cose che, se si continua così, credo diventino molto difficili da realizzare tutte insieme. 
È il vostro lavoro. Perché è particolarmente difficile, questa volta?
Perché la Tav e la Valsusa sono diventate un simbolo dietro al quale ci possono essere obiettivi e modi eterogenei: abbiamo visto in quel movimento manifestazioni assolutamente pacifiche, e casi di vera e propria guerriglia.
à‰ proprio questo che il popolo No Tav rifiuta: il tentativo di dividerli in buoni e cattivi…
Guardi, se la faccenda della Tav verrà  rimessa in discussione sul piano politico, tecnico o giudiziario saremo tutti soddisfatti perché l’Italia dimostrerà  di saper affrontare da democrazia matura una questione controversa sulla quale sarà  bene riflettere e mediare. Ma questa storia o viene risolta su questi tre livelli o si finirà  per dare spazio solo allo scontro e alla violenza, e questo mi preoccupa molto. A furia di caricare di tensione e di significato simbolico la vicenda, di annunciare lo scontro quasi come fosse una guerra che si risolve sul campo con le forze di polizia, le situazioni di pericolo non possono che aumentare.
Luca Abbà  si è solo arrampicato su un traliccio: nessuna violenza. Ce lo dà  un giudizio su quell’«incidente»?
Gli operatori di polizia sanno che quando si verifica una condizione di quel tipo, con una protesta senza strumenti di offesa, il nostro primo compito è garantire l’incolumità  della persona che protesta. In quel caso è stata fatta una scelta che forse non era la più felice, ma non ho dubbi che lo scopo fosse proprio di evitare l’incidente che poi invece è avvenuto.
Incompetenza?
Ci sono scelte strategiche che non appartengono solo alle forze di polizia. Di sicuro le posso dire che chi opera nelle piazze o nella valle non ha alcun interesse a creare l’incidente e a scatenare la reazione dei manifestanti.
Se il ministro dell’Interno fosse stato ancora Maroni, invece di Cancellieri, ci sarebbe stata una diversa gestione della “piazza”?
Non so. Posso dirle però che la gestione della sicurezza e dell’ordine pubblico non è mai solo tecnica, ma soprattutto politica. Credo che sulla Tav il Paese tutto si stia giocando la sua credibilità  democratica: non solo la polizia e il governo ma anche chi manifesta. E il discrimine è violenza sì, violenza no. La mia preoccupazione è che, nell’elevarsi del livello dello scontro, ci possano essere forze di destra pronte a trarne profitto e a chiedere restrizioni all’agibilità  democratica. C’è sempre chi è pronto a cogliere l’occasione perché si dia un bel giro di vite al dissenso.
Un dissenso che però dalla Val di Susa è dilagato in decine di città  italiane. E se da noi, come in Grecia, complice la crisi, sorgessero moti popolari di protesta duri ed estremi, non sarebbe da rivedere anche il modello di polizia? 
A quel punto, a maggior ragione, ancor più di adesso, la soluzione non potrebbe che essere politica. Solo la politica può mettere in campo scelte accettate e condivise che tengano conto dei disagi sociali.


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