Marchionne lancia l’allarme “A rischio i piani in Europa”

TORINO – Il concetto è scritto nero su bianco in fondo alla nota sul bilancio 2011 della Fiat: «Gli eventi dell’ultimo semestre 2011 hanno generato dubbi sui volumi su cui si basano il mercato complessivo e i nostri piani di sviluppo in Europa fino al 2014».

Per sapere se quei piani verranno confermati, aggiunge il Lingotto, bisognerà  attendere fine ottobre, quando verranno comunicati i risultati del terzo trimestre 2012. Siccome la parte preponderante dell’insediamento di Fiat in Europa è in Italia, è evidente che le preoccupazioni di Marchionne riguardano soprattutto la possibilità  di mantenere gli impegni presi per l’Italia nei prossimi tre anni.

Che sia l’Europa a preoccupare l’ad del Lingotto è evidente.

Marchionne reagisce con uno scatto in conference call alla domanda di un analista che gli chiede se intende chiudere altri stabilimenti italiani dopo Termini Imerese. L’ad è perentorio: «Non cominciamo a far circolare voci e a speculare su possibili chiusure degli impianti. Con la chiusura di Termini, una decisione dolorosa ma inevitabile, abbiamo già  fatto molto. Ora seguiremo il piano strategico del 2010». Quello che era stato chiamato piano Fabbrica Italia e che prevedeva di mantenere in vita gli altri quattro stabilimenti di assemblaggio: Mirafiori, Cassino, Pomigliano e Melfi. «Il nostro obiettivo – spiega Marchionne agli analisti – è quello di farli funzionare con lo stesso livello di flessibilità  degli stabilimenti americani». La strategia è chiara: per salvare gli insediamenti italiani è indispensabile che possano lavorare e produrre per tutti i mercati. Solo a queste condizioni è immaginabile, ad esempio, che a Mirafiori si possano produrre 280 mila mini suv all’anno, come ha promesso ieri Marchionne ai sindacati del sì annunciando «due nuovi modelli a marchio Fiat e Jeep in produzione a partire dal dicembre 2013». E’ evidente che una tale quantità  di automobili non potrebbe mai essere assorbita dal solo mercato italiano. Questo spiega per quale motivo l’ad del Lingotto mette grande enfasi sulla scelta di uscire da Confindustria e di applicare un contratto specifico negli insediamenti italiani. «Dobbiamo superare lo squilibrio che oggi esiste tra le attività  americane e quelle europee. Tutti gli insediamenti devono lavorare con lo stesso grado di efficienza». Come accade, ad esempio, nella nuova fabbrica di Pomigliano, dove da lunedì verranno trasferiti altri 622 cassintegrati. Si vedrà  se a quel momento, su 1.800 dipendenti, si troverà  almeno un iscritto alla Fiom: «Ormai nelle fabbriche del Lingotto c’è un problema di democrazia», sintetizza per la Cgil Susanna Camusso.

Senza la ripresa europea, sarà  comunque molto difficile per Marchionne raggiungere entro il 2014 l’obiettivo dei 6 milioni di auto vendute nel mondo. Nel 2011 Fiat e Chrysler insieme hanno venduto 4,1 milioni di auto: «Siamo orgogliosi di essere il settimo produttore», dice l’ad del Lingotto. Ma sa che la crescita del mercato nordamericano non potrà  essere infinita e che i tempi di ripartenza dell’Europa non sono sicuri. Torna così d’attualità  il tema di una nuova alleanza, oltre a quella con Chrysler. Marchionne ripete agli analisti quel che aveva detto a Detroit: «Non siamo chiusi a questa possibilità  ma nelle ultime settimane nessuno ha alzato il telefono per farmi delle proposte».


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