Nuova moratoria sui debiti Intesa tra banche e imprese

L’appuntamento è fissato per domani pomeriggio all’Abi con l’obiettivo, ormai quasi raggiunto, di firmare un nuovo avviso comune di moratoria dei debiti delle piccole e medie imprese. Il governo guarda con interesse e favore all’intesa tanto che dovrebbero essere presenti alla firma i ministri Corrado Passera e Vittorio Grilli, vuoi come garanti vuoi per sottolineare il carattere pro crescita dell’operazione. Il precedente avviso comune risale all’agosto del 2009, si dimostrò una scelta azzeccata e successivamente fu prorogato. Ci si arrivò per spinta dell’allora ministro Giulio Tremonti — come riconobbero i protagonisti — e fu siglato a Milano sempre nella sede dell’Associazione bancaria allora presieduta da Corrado Faissola. Come tre anni fa, i punti qualificanti dell’intesa saranno sostanzialmente due: una sospensione del pagamento delle rate dei mutui in scadenza e una ristrutturazione del debito con allungamento del timing. Non è possibile stimare il valore complessivo dell’accordo e quindi i maggiori costi che ne deriveranno per il sistema bancario che proprio in queste ore sta monitorando — con qualche apprensione e malumore — i riflessi sui propri bilanci delle misure governative di liberalizzazione su depositi e commissioni.
Sicuramente l’avviso comune si rivelerà  una misura di ristoro per le piccole aziende ed è stato perseguito con forza dalle organizzazioni di rappresentanza (Confindustria, Rete Imprese Italia, Alleanza delle Cooperative) ma è anche vero che molte cose sono cambiate dal 2009 ad oggi. La Grande Crisi partita dai subprime americani allora prese alla sprovvista molte imprese che avevano investito denari nell’attività  produttiva e che si trovarono quindi nella condizione pressoché obbligata di rinegoziare i termini di pagamento e ottenere quello che lo stesso Tremonti definì «il sabbatico dei debiti». Oggi il problema numero uno è rappresentato dal credit crunch più che dal peso dei debiti contratti. In parole povere in una stagione di recessione sono molte meno le aziende che hanno fatto il passo più lungo della gamba in materia di investimenti. Purtroppo, siccome i rubinetti del credito sono chiusi a monte, non c’è quasi nessuno che stia investendo. Ma proprio perché l’accordo di domani è oggettivamente più limitato, le organizzazioni dei Piccoli hanno spinto in fase preparatoria per allargarne perimetro ed orizzonte. È stato così concepito come mediazione tra le parti l’articolo 7 che, pur accettando la logica dei due tempi sostenuta dall’Abi, detta in qualche maniera le successive mosse del tavolo negoziale. Impegna cioè i contraenti — in primis le banche — a raggiungere nel giro di 2 mesi un’ulteriore intesa che riguardi stavolta: a) le facilitazioni di accesso alla liquidità ; b) la possibilità  di scontare in banca eventuali strumenti finanziari utilizzati dal governo per pagare, almeno in parte, i debiti contratti dalla pubblica amministrazione. La presenza di Passera e Grilli domani dovrebbe in qualche modo rafforzare il valore degli impegni sanciti dall’articolo 7 e rassicurare sulla possibilità  di accelerare le decisioni (a monte) in materia di rimborsi alle Pmi dei crediti che vantano nei confronti dello Stato e degli enti locali. Gli ormai famosi 70 miliardi di euro (almeno).
Riepilogate luci ed ombre dell’avviso comune targato 2012 è chiaro che sugli orientamenti dell’Abi pesano le differenti condizioni di salute in cui versano le banche. Ora sono le grandi, Intesa e Unicredit, ad essere più aperturiste in virtù di un allentamento dei vincoli finanziari macro e di un costo del denaro diventato meno oneroso. Le piccole banche, invece, hanno qualche preoccupazione in più e sono portate, in questa fase, a tirare il freno a mano. La novità , però, è che rispetto a tre anni fa con l’avvento al vertice dell’Abi dell’avvocato Giuseppe Mussari la collaborazione banche-imprese si è infittita, ha dato vita a un coordinamento stabile e il raggiungimento di intese anche parziali dovrebbe comunque risultare meno faticoso.


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