Pechino promette di aiutare l’Europa Ma non apre la borsa

PECHINO — Certo, la Cina «è pronta a partecipare a una soluzione alla crisi del debito». Certo, «vogliamo comunicare e cooperare». Ma quello che i leader europei volevano da Wen Jiabao, il premier non lo ha detto. Pechino non si espone e continua a non far sapere se davvero investirà  nel fondo salva Stati Efsf o nel suo successore (da luglio) Esm, e se sì con quale porzione dei 3.200 miliardi di dollari delle sue riserve valutarie, con quali modalità , in che data, con quali garanzie. I due presidenti Herman Van Rompuy (del Consiglio europeo) e José Manuel Barroso (della Commissione) non sono riusciti a inchiodare i loro interlocutori al termine del 14° vertice sino-europeo. Hanno elencato le materie trattate, enfatizzato i punti di contatto, hanno preso atto che molto funziona, a cominciare dal fatto che la Ue è la principale destinazione dell’export cinese e che gli scambi bilaterali hanno superato i 560 miliardi di euro nel 2011.
È Van Rompuy ad aver allungato alla Cina una specie di carezza, sottolineando come per la prima volta sia stata messa nero su bianco la «volontà  politica» di discutere il riconoscimento della Cina come economia di mercato (Mes). Si tratta di un obiettivo politico primario di Pechino e van Rompuy ha indicato il punto 10 del comunicato congiunto in 31 paragrafi, due righe scarse nelle quali «i leader hanno rimarcato che particolare importanza dev’essere data al lavoro per la soluzione» della questione «in modo rapido e onnicomprensivo». Obiettivo non visto con simpatia dall’attuale commissario al Commercio, Karel De Gucht, il Mes dovrebbe comunque passare al vaglio dei singoli Stati.
Sullo sfondo dei fragori greci, Barroso ha rivendicato «alcune parti del successo della Cina» perché questa «ha beneficiato grandemente delle politiche d’apertura e dei mercati dell’Europa». Avanti così, dunque. Qualche cautela in più dalle imprese, che in un summit parallelo hanno fatto notare il +94% degli investimenti diretti cinesi nella Ue dal gennaio al novembre 2011, anche se — come ha tra l’altro ammesso il presidente della Camera di commercio europea Davide Cucino — per gli imprenditori «l’ambiente normativo per il business in Cina non è che stia diventando più facile».
Il sorriso di Wen si è indurito non quando si è accennato ai diritti umani («servono rispetto e oggettività ») ma per rispondere sul Tibet. «È parte inalienabile della Cina» così come «i fratelli tibetani» appartengono «alla famiglia dei suoi popoli». Il premier ne ha rilanciato la crescita «sociale ed economica», le libertà  religiose e ha stigmatizzato «i pochi monaci che compiono atti radicali che non aiutano lo sviluppo e non hanno il sostegno della popolazione». Tutto sommato più facile l’accordo su Iran e Siria, o quasi. Wen ha assicurato che nel Paese arabo desidera evitare «guerra e caos» ma la Cina «non vuole assolutamente proteggere alcuna parte, tantomeno il governo» di Damasco: «Decida il popolo». Sull’Iran, van Rompuy ha chiesto a un Wen preoccupato di aiutare la comunità  internazionale a «far tornare Teheran al negoziato». Ai cinesi fanno impressione anche i disordini di Atene. Ma nuovamente — replicando a una giornalista della Xinhua — scatto di orgoglio di Barroso: «Scioperi e manifestazioni sono normali in società  aperte dove la gente ha il diritto di protestare».


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