Pescatori uccisi in India arrestati due militari italiani

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Missione fallita, e ora «la situazione è grave». Una notte intera di trattative fittissime «andate male» e l’invio di una delegazione diplomatica da Roma non hanno sciolto i nodi sul destino dell’equipaggio della Enrica Lexie, la petroliera italiana alla fonda nel porto indiano di Kochi. La polizia dello stato del Kerala ha arrestato due dei sei militari del Battaglione San Marco che si trovavano sul cargo per proteggerlo dai pirati, accusandoli di aver ucciso per errore due pescatori, scambiando il loro peschereccio per un barca di pirati lanciati all’arrembaggio. Se saranno processati in India, rischiano la pena di morte.
Basco e mimetica, i marò pugliesi Massimiliano Latorre, 35 anni, e Salvatore Girone, 34 anni, sono sbarcati dalla nave accompagnati dal comandante della petroliera, Umberto Vitelli. Li scorta tesissimo il console Giampaolo Cutillo, sfilano in silenzio davanti a un plotone di giornalisti e fotografi indiani che seguono la vicenda con frenesia. Anche il comandante Vitelli sarebbe in stato di fermo, accusato di complicità  in omicidio: i tre non sono in carcere, ma in una residenza per gli ospiti della polizia del Kerala. Per il premier dello Stato del Kerala, una regione per anni in mano all’opposizione al governo centrale che si ispira alla “italiana” Sonia Gandhi, i due italiani semplicemente hanno commesso «un assassinio a sangue freddo».
Tutto sbagliato, secondo il governo italiano che contesta punto per punto non solo la ricostruzione dei fatti, ma soprattutto la legittimità  dei provvedimenti assunti dalle autorità  indiane, contro cui ha reclutato uno stuolo di prestigiosi avvocati locali. Il ministero degli Esteri ha definito l’arresto degli italiani «un atto unilaterale senza base legale, visto che la giurisdizione sul caso è della magistratura italiana». 
Il primo punto oscuro è capire cosa sia accaduto mercoledì scorso al largo delle coste del Kerala. Tra le due versioni diverge tutto: l’ora, il luogo, la dinamica e l’esito, al punto che gli italiani lasciano aperto il sospetto che si sia trattato addirittura di due eventi diversi. Secondo la Marina Militare, quella barca che si avvicinava in modo ostile puntando al centro della murata è stata ricacciata al largo con tre raffiche di avvertimento sparate in mare. L’India invece fa i nomi dei due pescatori di religione cattolica uccisi sulla loro barca: sono Jelestin, 45 anni, e Pinku, 22; e racconta di decine di fori nella chiglia del peschereccio “St. Antony”. 
Le differenze continuano: secondo gli italiani, tutto è avvenuto 33 miglia al largo, in acque internazionali. A quella distanza dalla costa, su una nave battente bandiera italiana vige la legislazione italiana, ed è di fronte a magistrati italiani che i fatti vanno ricostruiti e accertate e punite le responsabilità . Ma l’India ha una versione diametralmente opposta: è stata un’aggressione senza avvertimenti, in acque indiane, due minuti di fuoco fitto contro quel peschereccio che si era fatto sotto la petroliera per una sola ragione: «Avviene normalmente – spiega la guardia costiera indiana ai media – che i pescherecci si avvicinino molto ai mercantili per costringerli a cambiare rotta in modo che non danneggino le loro reti da pesca». New Delhi tra l’altro aggiunge che lo scontro è avvenuto un paio d’ore prima rispetto a quanto affermano gli italiani, e molto più vicino alla costa, appunto in acque indiane. Legittimo, dunque, inviare due vedette e un aereo della Guardia costiera per «convincere» la nave ad attraccare nel porto più vicino. 
Da tre giorni i ministri di Esteri, Difesa e Giustizia sono in collegamento continuo. Dice il ministro della Giustizia Paola Severino che «con gli indiani abbiamo trattato tutta la notte, la situazione non è tranquilla»: presumibilmente lo sarà  ancora per molto.


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