Putin, elezioni già  vinte

A dispetto di tutte le manifestazioni, le proteste, le messe in guardia dell’opposizione, quindi, ormai non ci devono essere più dubbi di sorta: domenica prossima Putin sarà  eletto presidente per la terza volta, e al primo scrutinio.
E’ una situazione surreale, quella che si vive in Russia in questi giorni. Le opposizioni, che hanno riportato per la prima volta da vent’anni i moscoviti in piazza per protestare e che domenica sono riuscite a circondare tutto il centro della capitale con una straordinaria catena umana lunga sedici chilometri, hanno già  «prenotato» presso le autorità  cittadine una manifestazione di protesta per lunedì 5 marzo, l’indomani delle elezioni, dando quindi per scontato l’esito del voto. D’altra parte l’istituto che ha effettuato il sondaggio finale, il Levada Center, è un ente autonomo che ha sempre cercato di rappresentare la verità  del Paese, e se dice che il 66 per cento voterà  per Putin ciò può significare solo due cose: o che è stato obbligato a dirlo sotto minacce molto gravi (ma non è nelle tradizioni del centro Levada subire in questo modo) o che effettivamente la maggior parte degli elettori russi alla fine ha deciso di non riconoscersi nelle proteste di Mosca e si è orientata, dopo molte incertezze, per un voto «a favore della stabilità » rappresentata dal candidato Putin, piuttosto che sul «chiunque salvo Putin» chiesto (in modo poco saggio, perché non è una bella indicazione da dare) dalle opposizioni. 
E su questa sensazione, abbastanza diffusa nonostante l’euforia che ha accompagnato le mobilitazioni anti-regime degli ultimi tre mesi, si innesta in modo strano la vicenda, assai curiosa, dell’attentato sventato alla vita del presidente designato. Due tipi loschi arrestati a Odessa dai servizi segreti ucraini dopo un’esplosione nell’appartamento che occupavano e dove stavano preparando un attentato per uccidere Putin; una terza persona morta nell’appartamento, mentre l’esplosivo (40 chili) sarebbe stato trovato in un’altra casa. L’attentato avrebbe dovuto avvenire pochi giorni dopo le elezioni, con una bomba posta a lato della strada – il Kutuzovsky prospekt – dove il corteo presidenziale passa ogni mattina. I due sarebbero stati incaricati dell’azione dal leader più noto della guerriglia cecena, Doku Umarov (uno dei due avrebbe confessato tutto questo). 
«Ovviamente una bufala», ha commentato un politologo abbastanza vicino a Putin, «fatta per danneggiare l’immagine del futuro presidente»; in ambienti del partito Russia Unita viene avanzata addirittura l’ipotesi che la storia sia una «creazione» dei servizi segreti per mostrare… a Putin come sono bravi ed efficienti. Altri fanno notare come l’idea stessa di uccidere Putin con una «roadside bomb» di 40 kg mentre passa su un’auto blindata è «infantile»: servirebbero quintali di esplosivo posti sotto la sede stradale, qualcosa di impensabile in una strada perennemente intasata di traffico come quella in questione. Infine una terza teoria punta (abbastanza credibilmente) l’indice sui servizi segreti ucraini, che avrebbero in questo momento interesse a fare un po’ di fumo per deviare l’attenzione dal deteriorarsi rapido delle relazioni fra Mosca e Kiev, vuoi per il negoziato sul gas, vuoi per la vicenda Timoshenko. Naturalmente c’è poi l’ipotesi principale, quella che ha più credito tra l’opposizione liberale russa, e cioè che tutta la vicenda sia un banale (e neanche nuovo, peraltro, era successo già  alla vigilia delle presidenziali del 2004) espediente per attirare voti «di stabilità » sul candidato che promette la mano più salda nella lotta al terrorismo, e cioè Vladimir Putin.


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