Sì ai tagli, Atene in fiamme


ATENE — Scegliere tra la pistola alla tempia puntata dai partner internazionali e le manifestazioni popolari di un Paese al limite di rottura. Il Parlamento greco era chiamato a questa decisione, ieri: in piena notte ha accettato le richieste europee e ha votato a favore del nuovo pacchetto di austerità : 199 deputati a favore, 74 contro. Sulla piazza di fronte, l’ormai famosa Syntagma, intanto continuavano a passare i cortei, si accendevano fuochi, si prolungava la veglia.
Il governo di Atene — primo ministro tecnico, Lucas Papademos, ma ministri politici — ha dunque fatto approvare il cosiddetto Memorandum, un nuovo piano di tagli e sacrifici voluto da Unione europea, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale — la troika — come condizione per erogare alla Grecia il secondo pacchetto di aiuti: 130, probabilmente 145, miliardi che servono con urgenza, innanzitutto per rimborsare 14,5 miliardi di titoli pubblici in scadenza il 20 marzo e evitare una bancarotta incontrollata. Una giornata drammatica si è così conclusa con Atene che cerca disperatamente di rimanere agganciata all’Eurozona. 
La pressione sui parlamentari, già  elevatissima nei giorni scorsi, ieri era diventata tremenda. Durante la discussione, nell’aula del Parlamento entravano i rumori e i fumi della manifestazione di piazza. Ma poche ore prima, al mattino, i deputati, titubanti, avevano letto un’intervista del ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schà¤uble fatta apposta per mettere pressione su di loro. Diceva che «le promesse della Grecia non ci bastano più, devono prima realizzare parte del programma concordato» e non realizzato. La Grecia — aggiungeva — «non può diventare un pozzo senza fondo» e, soprattutto, evocava la minaccia delle minacce: non escludeva l’uscita di Atene dall’euro (garantendole di restare nella Ue). Con ciò, Schà¤uble confermava le indiscrezioni della stampa tedesca che lo indicano come in contrasto con Angela Merkel, meno dura, sull’utilità  di tenere la Grecia nell’Eurozona, ma soprattutto ricordava nel modo più netto ai politici di Atene che il punto di rottura è vicino. 
Nei giorni scorsi, il governo di Papademos — un ex banchiere centrale — aveva già  vacillato a causa dei dubbi avanzati da molti membri dei tre partiti che lo sostenevano. Di fronte alla crisi delle famiglie greche, alla disoccupazione che ha superato il 20% (48% quella giovanile), alle tasse aumentate, alle pensioni e ai salari tagliati, ai licenziamenti, ai piccoli business che chiudono, molti deputati non se la sentivano di votare altri sacrifici. Il pacchetto di austerità  prevede risparmi per 3,3 miliardi: tagli alle pensioni, licenziamento di 15 mila dipendenti pubblici entro l’anno (150 mila entro il 2015), riduzione della spesa per farmaci di 1,1 miliardi, abbassamento del salario minimo del 22% a 560-600 euro. Sei membri dell’esecutivo si erano dimessi e molti deputati avevano annunciato l’intenzione di non votare per il Memorandum.
Alla fine, i voti dei socialisti del Pasok e della destra di Nuova Democrazia sono bastati, nonostante un gruppo di dissidenti che hanno votato contro o si sono astenuti (e che sono stati espulsi dai due partiti). L’ipotesi di un rifiuto del pacchetto — che Papademos aveva definito «catastrofica, la storia ci giudicherà » perché avrebbe rischiato di spingere la Grecia verso un default incontrollato — non si è dunque materializzata. Ora, la troika chiede ai partiti greci di mettere per iscritto l’impegno a rispettare le decisioni di ieri anche dopo le prossime elezioni, forse già  in aprile. Atene dovrà  presentare il tutto a Bruxelles, ai ministri delle Finanze, martedì e mercoledì: questi ultimi dovrebbero dare il via libera agli aiuti e alla ristrutturazione del debito pubblico (un abbattimento di 100 miliardi) concordato con gli investitori privati. Poiché la fiducia verso la Grecia è sempre più bassa, è però possibile che la troika chieda altro, ad esempio di mettere una parte dei 130 miliardi di aiuti in un fondo gestito dalla Bce che avrebbe come compito prima di rimborsare i creditori, cioè i possessori di titoli pubblici, e solo poi di dare denaro ad Atene per gli affari interni. Una nuova umiliazione, vista dall’alto del Partenone.


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