Tanti, carissimi soldi per Atene, ma il dubbio resta

Ci sono volute tredici ore di negoziati per arrivare, ieri mattina all’Eurogruppo, a un accordo sulla Grecia che il primo ministro Lucas Papademos è stato costretto a definire «storico». Sul tavolo c’è un secondo piano di aiuti di 237 miliardi (che si aggiungono al primo piano di 110 miliardi), un pacchetto senza precedenti nella storia finanziaria. Si tratta di 130 miliardi di aiuti pubblici entro la fine del 2014, dati sotto forma di «garanzia» dai paesi dell’eurozona e che verranno versati attraverso il Fondo salva stati, a differenza del primo piano dove gli aiuti erano blaterali (significa che i paesi euro non devono per il momento sborsare materialmente i soldi e non devono scrivere la cifra nel passivo del bilancio, ma che pagheranno solo in caso di default). Le banche private hanno accettato di aumentare l’hair cut al 53,5%, per un totale di 107 miliardi. La Bce e le banche centrali dovrebbero rinunciare ai guadagni che hanno fatto sul debito, per una cifra tra i 10 e i 15 miliardi. L’Fmi, che deciderà  a marzo, dovrebbe contribuire con 13 miliardi. Wolfang Schà¤uble, ministro tedesco delle finanze, si è detto «molto deluso» da questo contributo così basso. Per entrare in vigore il piano deve ancora essere approvato dal Bundestag: la Germania è il primo paese «garante», per 30 miliardi (Berlino aveva dato 22,4 miliardi per il primo piano). Segue la Francia, con una garanzia di 24 miliardi (1§,8 per il primo piano). 
Questo enorme pacchetto non arriva gratis ad Atene. Alla Grecia sono state imposte delle contropartite molto pesanti, che di fatto mettono il paese sotto tutela. La prima condizione è che la task force della «troika» sarà  in permanenza ad Atene e avrà  poteri di controllo accresciuti (non è il «kommissar» evocato da Angela Merkel, ma gli è molto vicino). La seconda condizione è che i soldi del Fondo salva stati saranno versati su un conto bloccato, come avevano chiesto Germania e Francia, con l’obbligo di utilizzarli solo per il servizio del debito e non per altro. Per avere la garanzia che le elezioni anticipate in Grecia non cambieranno il quadro, la «troika» chiede al parlamento di Atene di votare entro due mesi le disposizioni legali per assicurarsi che i soldi verranno destinati in priorità  al servizio del debito. Il parlamento voterà  una clausola di azione collettiva, che gli permetterà  di estendere a un numero sufficiente di banche private l’accordo di hair cut raggiunto con i rappresentanti della lobby. 
Ci sono volute 13 ore di trattative perché l’Eurogruppo aveva sul tavolo un rapporto confidenziale della «troika» molto pessimista: in altri termini, non credono neppure loro che la Grecia possa davvero farcela e temono che tra qualche mese Atene avrà  bisogno di un nuovo piano. Il rapporto, di 9 pagine, delinea scenari catastrofici: «Le autorità  greche potrebbero non essere capaci di fornire le riforme strutturali e gli aggiustamenti politici al ritmo scontato», scrivono. Non c’è solo il gruppo social-democratico a mettere avanti il rischio di un’esplosione sociale. Anche la «troika» lo teme e lo prevede. Se la popolazione greca non accetterà  l’ennesimo giro di vite di austerità , l’obiettivo del 120% di debito rispetto al pil nel 2020 non sarà  mai raggiunto. Malgrado i due piani di aiuti, la Grecia potrebbe ritrovarsi nel 2020 con un debito del 160%, esattamente come adesso. E aver bisogno di interventi supplementari, sia da parte del pubblico che dai privati. Solo José Manuel Barroso resta ottimista. «L’accordo chiude la porta allo scenario del default», ha affermato. La «troika» è preoccupata, perché potrebbe esserci un aggravamento della recessione in corso: «Tenuto conto dei rischi, il programma greco resterà  esposto a derive». 
Intanto, in Francia è al voto il Mes, il Meccanismo europeo di stabilità , destinato a sostituire il Fesf (il fondo salva-stati) nel 2013. I socialisti hanno deciso di astenersi, perché vogliono il Mes ma non la clausola che lo farà  entrare in vigore solo per gli stati che avranno inserito la «regola aurea» del pareggio di bilancio in Costituzione. I Verdi hanno deciso di votare contro, per protestare contro l’imposizione dell’austerità .


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