Altri due mesi di carcere per i marò

TRIVANDRUM (India) — «Preparatevi, perché ci vorranno almeno due mesi». Il sottosegretario agli Esteri, Staffan de Mistura, è andato anche ieri a visitare Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, i due marò rinchiusi dal 5 marzo scorso nel carcere di Trivandrum, la capitale del Kerala (India meridionale). Tempi lunghi, dunque, in una vicenda in cui, giorno dopo giorno, si sommano incognite politiche, formule diplomatiche, sviluppi giudiziari. 
L’attenzione si sta concentrando su due piani. Il governo italiano sta moltiplicando le pressioni su Delhi, sollecitando interventi più incisivi da parte delle organizzazioni internazionali, dell’Unione Europea e dei Paesi alleati. Ma ogni negoziato dovrà  comunque fare i conti con il processo penale incardinato nel tribunale di Kollam. L’accusa dovrà  provare che i due militari italiani, in servizio di protezione sulla petroliera Enrica Lexie, abbiano davvero ucciso i pescatori Valentine Jalestine e Ajeesh Benki, il 15 febbraio scorso. 
Grande attesa per i risultati della prova balistica condotta su fucili e munizioni sequestrati nell’arsenale della nave dalla polizia di Kochi. Da giorni si rincorrono e voci e illazioni. Ma secondo fonti qualificate un primo risultato sarebbe stato raggiunto: il proiettile recuperato dall’autopsia sul cadavere di Jalestine sarebbe «compatibile» con il calibro 5,56 in dotazione alla Nato e, di conseguenza, anche ai marò del Reggimento San Marco. Il sottosegretario Staffan de Mistura, interpellato sull’argomento, risponde come sta facendo ormai da due settimane: «Non commento questo tipo di notizie, noi ci atteniamo al segreto istruttorio e rispettiamo l’impegno alla riservatezza preso con le autorità  indiane». 
In ogni caso non siamo di fronte alla svolta decisiva. Il risultato ufficiale dei test sulle armi dovrebbe arrivare fra una decina di giorni, quando, a elezioni concluse (nel Kerala si vota il 17 marzo), «il dossier marò» non sarà  più argomento di campagna elettorale. 
Sul piano tecnico, gli esperti spiegano che stabilire qual è il calibro di un proiettile è certamente un passo importante, ma che lascia aperte tutte le possibili ipotesi. Innanzitutto «il 5,56» è utilizzato da un gran numero di eserciti nel mondo. Secondo: nel referto «post mortem» eseguito il 16 febbraio e firmato dal «dr. K. Sasikala, professor di medicina legale» si legge: «È stato trovato un proiettile metallico con l’estremità  appuntita… misura 3,1 cm di lunghezza, 2 cm di circonferenza alla punta e 2,4 sopra la base. È stato rinvenuto irregolarmente compresso sui lati alla base e con una piegatura nella parte superiore. La base è cava e misura 0,6 per 0,4 centimetri. Numerose righe (multiple markings) sono visibili lungo l’asse verticale». Che cosa si può ricavare da questa descrizione? Certo, questi dati sono «compatibili» con un calibro Nato, anche se il «bullet» che ha ucciso Valentine Jalestine è più lungo (3,1 cm contro 2,4 cm) del proiettile 5,56 standard. Potrebbe essere, per esempio, un colpo tracciante (di quelli esplosi come avvertimento). Oppure qualsiasi altra cosa che non c’entra nulla con i fucili Beretta Ar/70 con i quali hanno sparato i due marò. Le ipotesi, dunque, restano tutte aperte. In un senso o nell’altro.
Bisognerà  aspettare quali conclusioni trarrà  il laboratorio della scientifica di Trivandrum. Dopodiché è quasi scontato che cominci una lunga disputa giuridica davanti al Tribunale di Kollam. 
Nel frattempo anche la posizione del capitano della Enrica Lexie, Umberto Vitelli, resta sospesa. La Guardia costiera non ha ancora terminato gli accertamenti per verificare se il comandante abbia eseguito correttamente la procedura prevista in caso di attacco da parte dei pirati (tre allarmi con la sirena, manovre diversive, aumento della velocità ). 
Quadro sempre complicato, dunque.


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