Esiste nella scuola la questione morale?

Ma da dove vengono queste sgrammaticature lessicali, ortografiche, semantiche, da dove nasce “questo smarrimento linguistico” (Marco Lodoli) di chi sembra esprimersi fuori da ogni logica e sintassi? La casistica riportata dai giornali è diventata oggetto di superficiale dileggio e non di riflessione (“Leopardi è un poeta del primo Settecento”, “Lanciarsi da un aerio” , “Se gli Ufo non esistessero i nostri studi su essi sarebbero vaghi (non vani, ndr)”; “A livello puramente celebrale”. E così via (uno su tre sbaglia i verbi, il 78% commette errori di interpunzione, ecc.). 
Tutto questo dovrebbe essere motivo di analisi ma il massimo di risposte risiede nell’imputare al prevalere di massa della “lingua del computer”, semplificata, ridotta, sincopata la causa di fondo di una devastazione naturalmente accettata e subìta. Perché – ci chiediamo – non vengono attivati strumenti di contrasto che si sovrappongano al prevalere del fraseggio diserbante dei nuovi mezzi di comunicazione semplificata? Le risposte sono molteplici ma alla radice vi è il venir meno dello studio come “dovere”, come “obbligo” che impone fatica, con “risultati” che vengono premiati o sanzionati. Mi soccorre nella ricerca di una risposta un recente saggio, ricco di sollecitazioni: Ragazzi, si copia. A lezione di imbroglio nelle scuole italiane di Marcello Dei, (il Mulino, 2011). Pur essendo, almeno così mi appare, di origini culturali sessantottine, Dei sembra individuare tra le cause del decadimento un orientamento condiviso ormai da gran parte del corpo docente che si ispira ai “principi dell’educazione antiautoritaria, attiva, integrativa, basata su stimoli motivazionali di apprendimento, fedele alla consegna di sostituire la punizione con la comprensione. (…) Ciò che va tenuto presente è che l’indebolimento della relazione insegnamento-apprendimento ha fatto sì che il canone pedagogico della comprensione degradasse in forma di benevolenza a buon mercato”. 
La libertà  di copiare ne è stata uno dei prezzi. La demolizione dell’ordine gerarchico della sintassi ha lesionato profondamente il rapporto tra lingua e pensiero. Per questo può essere utilissima la lettura di queste 240 pagine dedicate al fenomeno del copiare a scuola. Nella prefazione Ilvo Diamanti cita una sferzante definizione di Beniamino Andreatta: “Nessuno ha mai voluto aggredire la vera struttura corruttiva della società  italiana, la classe scolastica. Questi ragazzini che vengono addestrati, nei comportamenti quotidiani, a sviluppare una mentalità  mafiosa, fatta di complicità  contro le istituzioni (…) una solidarietà  omertosa, in cui l’obiettivo comune è dato dall’ingannare chi è in cattedra (…) e dove gli individui, anziché perseguire il loro scopo, cioè primeggiare per merito, si coalizzano per lucrare il massimo risultato con il minimo sforzo (…) tradendo ogni principio etico individuale, la trasparenza dei comportamenti”. “La pratica dell’imbroglio scolastico – aggiunge Dei – percorre trasversalmente gli strati sociali. (…) Per affrontare il problema, la politica e le istituzioni dovrebbero innanzi tutto definire chiaramente la situazione riconoscendo in modo esplicito che nella scuola esiste una ‘questione morale’. (…) Occorre punire i comportamenti disonesti in nome della coscienza comune”.


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