Fornero: “Possibili modifiche in Parlamento ma sui licenziamenti economici no al reintegro”

«Questa è una riforma seria ed equilibrata. Spero che i partiti capiscano: modifiche se ne possono fare, ma il governo non accetterà  che questo disegno di legge venga snaturato, o sia ridotto in polpette». Schiumati almeno in parte i veleni ideologici della prima ora, Elsa Fornero riflette sullo scontro in atto intorno al disegno di legge che riscrive le regole sui licenziamenti, sui contratti flessibili e sugli ammortizzatori sociali. E lancia un appello alle Camere: «Questo provvedimento potrà  anche subire qualche cambiamento, ma chiediamo che il Parlamento sovrano ne rispetti l’impianto e i principi basilari. In caso contrario dovrà  assumersi le sue responsabilità , e il governo farà  le sue valutazioni». 
Insieme al presidente del Consiglio Monti, il ministro del Welfare è al centro delle polemiche. Dopo la riforma delle pensioni, anche quella del lavoro la vede in prima linea, a fronteggiare le critiche. Come quelle di Susanna Camusso, che a Cernobbio ha contestato a Fornero le sue «lacrime di coccodrillo». «Non lo nego, ci sono rimasta male. Io avevo espresso il mio rammarico per la rottura con la Cgil. Ero stata sincera. Mi dispiace che il mio rammarico e la mia sincerità  siano state giudicate con tanto sarcasmo». Distonie personali, che nascondono dissensi politici. 
I sindacati contestano il metodo: con lo strappo deciso martedì scorso e ratificato venerdì in Consiglio dei ministri, Monti e Fornero hanno di fatto chiuso l’era della concertazione, relegando le parti sociali a un ruolo di semplice consultazione. Il ministro non nega la portata della svolta, ma la argomenta. «La linea l’ha tracciata il presidente Monti: le discussioni con le parti sociali si fanno, e sono doverose, ma a un certo punto devono finire, e il governo deve trarre le sue conclusioni, anche se qualcuno non è d’accordo. Su questo, da parte nostra, c’è assoluta fermezza. Il fatto che il premier abbia ribadito che l’approvazione del disegno di legge avviene «salvo intese» ha un significato meramente tecnico. Vuol dire che ci riserviamo di scrivere le norme nel modo più chiaro e più completo possibile. Non vuol dire invece che su certe norme sia ancora in corso una trattativa. Non vuol dire che la discussione è ancora aperta, e che per un’altra settimana riparte la giostra, e qualcuno è ancora in tempo per salirci sopra. Il provvedimento è quello, e non cambierà  fino al suo approdo in Parlamento». 
Ma i sindacati (a questo punto non più solo la Cgil ma anche la Cisl, la Uil e la Ugl) contestano soprattutto il merito. Cioè la riscrittura dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, che nella sua nuova versione esclude la possibilità  di reintegro in caso di licenziamenti per motivi economici oggettivi. Anche su questo punto, Fornero rinnova la linea della fermezza. «Abbiamo il massimo rispetto per il Parlamento, che valuterà  il disegno di legge e deciderà  se e come cambiare. Ma per quanto riguarda il governo, è chiaro che non accetteremo modifiche che snaturino il senso delle singole norme. E sull’articolo 18 il senso della nostra riforma è chiaro: nei licenziamenti per motivi economici oggettivi è previsto l’istituto dell’indennizzo, e non quello del reintegro. Si possono fare correzioni specifiche, ma questo principio-base della legge dovrà  essere rispettato». È proprio questo, tuttavia, il punto di frizione e di rottura maggiore con la Cgil, e anche con il Partito democratico. Il ministro del Welfare capisce, ma non condivide. «Io non voglio accusare nessuno, ci mancherebbe altro. Dico solo che il Pd si è più volte dichiarato disponibile a una “manutenzione” sull’articolo 18, anche se noi non abbiamo mai capito cosa questo significhi nella pratica. Quanto alla Cgil, non ci ha mai fatto controproposte… ». 
Il leader della Uil Angeletti, tuttavia, nei giorni scorsi ha rivelato un retroscena che fa riflettere. I tre sindacati insieme avevano presentato al premier un pacchetto completo e già  blindato, che anche per i licenziamenti economici (oltre che per quelli disciplinari) prevedeva il cosiddetto “modello tedesco”, cioè la facoltà  del giudice di decidere tra il reintegro e l’indennizzo del lavoratore. Monti avrebbe rifiutato l’offerta, confezionando un pacchetto che in realtà , a conti fatti, scavalca addirittura “a destra” il modello tedesco. Perché questa forzatura? Fornero racconta una storia diversa: «La Cgil non si è mai spinta fin lì – sostiene – e quanto al modello tedesco noi non scavalchiamo nessuno. Le norme scritte in una legge ordinaria si interpretano, l’articolo 18 non è scritto nella Costituzione. Il nostro provvedimento prevede espressamente che le aziende non possano ricorrere strumentalmente a licenziamenti oggettivi o economici che dissimulino altre motivazioni. In questi casi, se il lavoratore proverà  la natura discriminatoria o disciplinare del licenziamento, il giudice applicherà  la relativa tutela. Non solo: il presidente Monti, nella stesura definitiva del ddl, si è impegnato a evitare ogni forma di abuso in questa materia. Dunque, nessuna macelleria sociale. Non distruggiamo i diritti di nessuno». 
Per questo, secondo il ministro del Welfare, il Parlamento nell’esame del provvedimento dovrebbe rispettarne l’equilibrio. «Noi siamo sereni. Pensiamo di avere dalla nostra la forza e la bontà  delle argomentazioni. Come sempre, avremmo voluto fare di più. Ma le assicuro che anche noi tecnici abbiamo un cuore, e sentiamo fino in fondo il disagio che pesa sulla vita di tante persone. Non è solo la Cgil ad avere una coscienza rispetto ai lavoratori, agli operai, ai giovani, ai disoccupati. Con questo disegno di legge, per la prima volta dopo tanti anni, cerchiamo di creare le condizioni per aumentare l’occupazione, rimettiamo mano agli ammortizzatori sociali». L’ampiezza dell’intervento c’è, in effetti. Ma non si può nascondere la pochezza delle risorse. Con meno di 2 miliardi non si fa molto, per ridisegnare un sistema di tutele universali per tutti coloro che finora ne sono stati sprovvisti. «È vero – ammette Fornero – su questo le do ragione. Ai precari avremmo voluto dare di più, ma un po’ d’indennità  con la mini-Aspi gliel’abbiamo pur data. Tra niente e un po’, le chiedo, cosa è meglio? La verità  è che anche in questa riforma, come nelle altre che abbiamo fatto, abbiamo dovuto e dobbiamo tenere conto di tanti interessi contrapposti e di altrettanti opposti estremismi. In tanti, troppi dimenticano che il Paese è in grandissima difficoltà , e le risorse a disposizione sono davvero poche. Per alcuni la grande riforma del mercato del lavoro è abolire del tutto l’articolo 18, per altri è abolire tutti i contratti flessibili. Noi ci muoviamo su questo sentiero, che è molto, molto stretto». 
Il sentiero è stretto anche dal punto di vista politico. Bersani si prepara a un braccio di ferro parlamentare per modificare il provvedimento, Alfano giudica indebolito il governo per via della scelta rinunciataria del disegno di legge. «Un decreto legge – obietta Fornero – sarebbe stato una forzatura, data la vastità  dei temi contenuti nel provvedimento. Ci sono regole precise, sulla necessità  ed urgenza, e le regole non possono essere bypassate. La legge delega avrebbe rischiato di avere tempi persino più lunghi del ddl. Per questo abbiamo optato per quest’ultimo strumento. Ma guai se questo venisse letto come un cedimento, che consente ai partiti di fare melina, di allungare i tempi e di annacquare la riforma. Sarebbe un disastro per l’Italia, anche sui mercati». 
Dunque, la riforma va approvata in fretta, e non va depotenziata. Ammesso che sia una riforma «potente» e capace di creare posti di lavoro, e non una battaglia simbolica per abbattere un tabù, o peggio un pretesto offerto alle imprese per difendere la competitività  licenziando i lavoratori invece che aumentando gli investimenti. Il ministro del Welfare non si sottrae, e dopo aver esortato il Parlamento si rivolge anche agli industriali: «Non mi aspetto certo licenziamenti di massa, come effetto della nostra riforma. Purtroppo mi aspetto i licenziamenti legati alla recessione, che già  c’erano prima e che continueranno ad esserci, perché la crisi non è affatto finita. Ma proprio per questo rinnovo l’appello ai nostri imprenditori: non abusate della buona flessibilità  che la riforma introduce. Sarebbe il modo più irresponsabile di farla fallire».


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