Gli infelici nipoti di Oliver Twist

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Ma c’è un’altra sua attualità , che afferisce all’Inghilterra e sembra dirci come l’algida Albione sia rimasta visceralmente vittoriana sebbene siano passati oltre cento anni dalla morte della longeva regina.
Uscito nel 1838 (Victoria è sul trono da un anno), Oliver Twist è il romanzo di Dickens più famoso nonché il più famoso romanzo su un bambino. Figlio di quella che oggi chiameremmo una single mother al tredicesimo parto, la quale – non a sorpresa – non sopravvive alla sua nascita, affidato a servizi sociali punitivi e privi di mezzi, Oliver finisce nel giro delle gang di giovani criminali che infestano la Londra dell’epoca. Sebbene sia solo il secondo romanzo di Dickens, e sebbene Oliver se la caverà , l’autore ha già  capito che quella società  è compromessa, non c’è ottimismo che regga davanti al trattamento riservato ai bambini, e la dipinge, impietoso. 
Dickens – un osservatore profondamente legato a quella cultura vittoriana che per noi contemporanei incarna, con la sua monumentale opera ci aiuta a ricordare che la questione dell’adolescenza è, soprattutto in Inghilterra, un problema aperto. Arriva infatti dalla Gran Bretagna un romanzo su un bambino che apre un doloroso squarcio sulla quotidianità  degli adolescenti nella Londra più degradata e violenta, agli antipodi rispetto allo sfarzo di Buckingham Palace, all’eleganza di Bloomsbury o alla frenesia della City. Il romanzo, selezionato per il Booker Prize, è Soffiando via le nuvole (traduzione di Laura Prandino e Anna Rusconi, Piemme, pp. 392, euro 17,50), prima opera di Stephen Kelman, nato a Luton, a nord di Londra, nel 1976 e scrittore a tempo pieno, dopo una laurea e vari impieghi, dal 2005. 
Come nei romanzi di Dickens, che da buon cronista correva dietro alle notizie per tutta l’Inghilterra e ebbe modo e voglia di osservare l’umanità  in tutte le sue fogge, anche la storia dell’undicenne Harri Opoku è ispirata a un fatto di cronaca. Era il 2000 quando sulla scala arrugginita di un plesso popolare a Peckham, uno dei quartieri con il tasso di criminalità  più alto della capitale, moriva dissanguato, per una ferita inflitta con una bottiglia rotta, Damilola Taylor, dieci anni, da poco arrivato dalla Nigeria con la famiglia. Il bambino, uno studente promettente il cui ritratto allegro rimbalzò per mesi tra tabloid e telegiornali, fu ucciso in una dinamica che tre processi in sei anni non hanno chiarito del tutto, portando comunque alla intempestiva condanna dei due fratelli Preddie, di un paio di anni più grandi di Damilola e appartenenti a una gang locale composta da adolescenti di varie etnie. Uno dei due è uscito quest’anno di prigione; l’altro fa la spola tra carcere e strada. 
Anche Harri è africano; è da poco arrivato a Londra con la madre e la sorella maggiore. In Ghana ha lasciato il padre, la nonna e una sorellina. Presto, se la fortuna li assiste, riusciranno a ricongiungersi. Quando parla al telefono con il padre, Harri lo immagina in un sottomarino per via dell’eco; le loro conversazioni finiscono sempre troncate perché la carta telefonica si esaurisce. Forse un padre, per chi si deve misurare ogni giorno con una cultura machista dove tutto viene valutato in termini di potenza fisica, servirebbe. Ma non c’è, e anche la madre, ostetrica, c’è poco, per cui Harri si autoproclama «maschio di casa», determinato a difendere la famiglia da possibili aggressioni – a Peckham sono all’ordine del giorno – sulle scale o sul pianerottolo della «torre» dove vivono in un appartamento in affitto. 
Lotti popolari famigerati a Londra; mini-grattacieli impersonali (salvo ristrutturazioni costosissime che li riscattano per darli ai nuovi professionisti, spostando i poveri «un po’ più in là ») che fanno a pugni con il profilo mansueto delle casette basse inglesi. Qui trovano asilo famiglie spesso disfunzionali, che campano con sussidi da Thatcher in poi sempre più esili, che si nutrono di scatolette, passando la giornata davanti alla televisione se si tratta di disoccupati, sempre fuori se si ha la fortuna di avere un lavoro; che mandano i figli, quando va bene, in scuole con i metal detector all’entrata, i cui insegnanti poco possono e vogliono fare per loro. Quegli stessi figli bighellonano pomeriggio e sera in parchi giochi dove metà  delle giostre è stata data alle fiamme per passare il tempo. Ma Harri è felice dell’appartamento al nono piano dalla cui finestra vede solo i bidoni della spazzatura e un parcheggio. Dentro quella casa c’è più di quanto lui abbia visto insieme in vita sua: armadi, frigo, letti con il materasso, una cucina attrezzata. Il fatto che sotto il pavimento della camera trovi la scritta «fottiti» non lo fa sentire meno benvenuto.
Il romanzo si apre sul rinvenimento del cadavere di un coetaneo di Harri, un bambino della sua scuola. I compagni sono attratti e respinti dal suo corpo immobile sull’asfalto, dalla pozza di sangue scuro, dalle Nike appese per i lacci a una ringhiera, dalla madre che sembra voler proteggere il figlio dalla pioggia, dalla folla di curiosi, dalla polizia che vaga in cerca di indizi con fare paternalistico e inconcludente. Ragionevolmente certo che non sarà  la polizia a far luce sull’omicidio, Harri decide di investigare su questa morte aiutato da un paio di amici come lui troppo «sfigati» per far parte di una banda. Ispirandosi alle serie televisive americane andranno a caccia di «prove» come capelli, orme, impronte digitali dell’assassino. Nel corso dell’indagine, vediamo Harri lottare ogni giorno per la sopravvivenza nel suo quartiere. I soldi vanno tenuti nelle scarpe, da certi tipi bisogna stare alla larga, soprattutto quando hanno i cani, brutti e incattiviti come i padroni. Ma sottrarsi ai riti dell’urbanità  violenta, alle prove di coraggio, a mille forme di competizione, persino sulle scarpe (le migliori sono le Nike Air Max, lui ha le anonime Sports prese su una bancarella) è parte di una guerra in cui a rimetterci, in un quadro di fragilità  collettiva, sono i più fragili di tutti, i più piccoli.
Il titolo originale, Pigeon English, intraducibile, richiama due caratteristiche del romanzo: una prettamente linguistica, l’adozione di un inglese pidgin, un gergo adolescenziale londinese – Asweh (letteralmente I swear, «ti giuro», reso verosimilmente con «cioè») è l’onnipresente intercalare nella narrazione di Harri – mischiato al cockney; l’altra, la presenza di un piccione che Harri «adotta» e di cui Kelman ci offre spesso l’improbabile punto di vista. Se l’aspetto linguistico è il più convincente, soprattutto nell’originale inglese la cui freschezza in parte si perde nella seppur volenterosa resa italiana, il romanzo risente di una certa ripetitività . Lo riscatta però l’affresco di un anonimato urbano giovanile, di cui cogliamo la veridicità , tutt’altro che letteraria. Soffiando via le nuvole è un romanzo che parla di un’urgenza: il disagio sociale presso gli adolescenti metropolitani che Dickens svelò nell’Inghilterra di metà  Ottocento e che oggi, a giudicare da cronaca e statistiche, pare peggiorato.
Vale la pena di citare, per chiudere, un fulminante libricino non ancora tradotto in italiano, che Soffiando via le nuvole richiama: Hello Mum (2010) della bravissima Bernardine Evaristo, scrittrice inglese di padre nigeriano. Ottanta pagine redatte in forma di lettera da Jerome, un quattordicenne caduto nel morso della microcriminalità  londinese, che sente la necessità  di spiegare alla madre cosa è successo nella sua vita. Settantamila vendute nel Regno Unito, quarantamila distribuite nelle scuole, Hello Mum è un utile pugno nello stomaco. Come Kelman, Evaristo entra nella zona d’ombra dell’adolescenza inglese, ancor più buia se la si vive dove non ci sono prospettive, dove un cocainomane cafone rappresenta un mito, dove macchina, catena d’oro al collo e tv al plasma sembrano gli ingredienti essenziali per costruire quell’identità  altrimenti grigia come il cielo e il cemento tra i quali si è costretti a crescere.


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