Gli Stati cedono un pezzo di sovranità  ora strada spianata verso gli eurobond

BRUXELLES – Ma, in un momento in cui ci si interroga con sempre maggiore insistenza sul rapporto tra democrazia, regole europee e dittatura dei mercati, hanno avuto ragione i tedeschi a voler sottolineare l’importanza del cambiamento in corso riportando e nobilitando questa nuova costituzione economica europea sotto forma di un trattato, che ora dovrà  essere ratificato dai parlamenti nazionali e, nel caso dell’Irlanda, direttamente dagli elettori.
L’esperienza greca, del resto, ci insegna che troppe volte in passato si sono accettate e sottoscritte regole comuni salvo poi stupirsi e ribellarsi quando si viene chiamati a pagare il prezzo per averle scientemente trasgredite. È dunque certamente un bene che la nuova fase storica che si sta aprendo in Europa come conseguenza della lunga e dolorosa crisi dei debiti sovrani sia oggetto di un’ampia riflessione politica. Dopo l’entrata in vigore del Trattato, che Mario Draghi ha ribattezzato “fiscal compact”, cioè compendio delle regole di bilancio, nulla infatti sarà  come prima. 
La sostanza dell’accordo firmato ieri è che gli stati membri dell’Unione europea, i loro governi e i loro parlamenti rinunciano in larga misura alla sovranità  che hanno esercitato per secoli sui bilanci nazionali. Avranno ancora un certo margine per decidere come raccogliere le entrate e come distribuire le spese. Ma non avranno più veramente voce in capitolo sui saldi di bilancio. Non potranno più creare deficit pubblici per incassare dividendi politici, come troppo spesso è successo in passato anche, e soprattutto, in Italia. Non sarà  loro consentito di creare, o di tollerare, distorsioni strutturali che mettano in pericolo la salute economica dello Stato, come è il caso in molti Paesi per i sistemi pensionistici. Non avranno più il diritto di accollare alle generazioni future i costi di politiche che mirano solo a far vincere le imminenti elezioni. 
Il pareggio di bilancio sarà  una regola iscritta nelle Costituzioni, o comunque nelle legislazioni nazionali con valore preminente su altre leggi e sulle deliberazioni dei parlamenti. E il compito di sorvegliare il rispetto di questa norma non sarà  più affidato alle Corti dei Conti di ciascun Paese, ma alla Corte di Giustizia europea le cui sentenze prevalgono su quelle delle magistrature nazionali. Il debito pubblico che eccede il sessanta per cento del Pil previsto dal Trattato di Maastricht dovrà  essere ridotto al ritmo del cinque per cento all’anno (per l’Italia significa una riduzione annua media del tre per cento per i prossimi vent’anni). I governi che non dovessero rispettare queste norme subiranno dure sanzioni finanziarie che inevitabilmente aggraverebbero gli squilibri dei loro conti pubblici. 
In questo insieme di regole draconiane il Trattato prevede, è vero, qualche forma di flessibilità  e di discrezionalità . Ma ad esercitarla non saranno più i governi o i Parlamenti, e neppure il consesso dei capi di governo. Il potere (enorme) di decidere se le politiche di bilancio e le politiche economiche di un Paese siano o meno accettabili tocca alla Commissione europea. Le sue decisioni saranno sottoposte al Consiglio, ma potranno essere corrette solo a maggioranza qualificata. 
Non ha torto dunque la cancelliera Angela Merkel quando dice che il Trattato è «una pietra miliare nella storia dell’Unione europea e un primo passo verso l’Unione politica». La Cancelliera, con la sua ostinazione e sfruttando freddamente il potere conferitole dalla crisi finanziaria, è riuscita a portare a casa quello che il suo maestro, Helmut Kohl, non riuscì ad ottenere venti anni fa a Maastricht per l’opposizione dei francesi. 
Se la nuova costituzione finanziaria europea si dimostrerà  credibile, se i Paesi che l’hanno firmata la faranno propria e la osserveranno, se la Commissione, il Consiglio e la Corte riusciranno a farla rispettare, tre sviluppi saranno inevitabili. Il primo è che la strada verso gli euro-bond, cioè la messa in comune di una parte sostanziale del debito pubblico europeo, sarà  spianata e la Germania non avrà  più motivo di opporvisi. La seconda è che, dalla messa in comune delle politiche di bilancio, seguirà  inevitabilmente una cogestione molto più stretta e vincolante delle politiche economiche, come dimostrano già  le intenzioni enunciate nelle conclusioni del vertice di ieri. La terza è che si dovrà  aprire una riflessione su quali strutture istituzionali siano adeguate per gestire in modo democratico un potere tanto forte e tanto centralizzato a Bruxelles. 
Ma questi “se” sono una premessa obbligata. Ancor prima di essere ratificato, infatti, il “fiscal compact” è già  messo a dura prova dalla recessione economica che incombe sull’Europa. Ieri la Spagna e l’Olanda hanno comunicato che non riusciranno a mantenere gli obiettivi di bilancio che si erano fissate per il 2012. E la Corte dei Conti francese ha giudicato «difficile» che Parigi, senza una manovra draconiana, raggiunga il pareggio nel 2013 come si era impegnata a fare. Se l’Europa non riuscirà  a costringere questi Paesi, i loro governi e i loro parlamenti, a rimettere in carreggiata i rispettivi conti pubblici, come l’Italia ha fatto pagando un prezzo doloroso, il Trattato resterà  carta straccia. L’euro continuerà  a dibattersi nella tempesta dei mercati finanziari. E l’Europa avrà  mancato l’ennesima occasione per fare quel salto di qualità  che il mondo si aspetta.


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