Il ciclo del carbone

In cima alla salita si fermano a tirare il fiato, prima di affrontare la discesa – frenare non è meno faticoso che spingere – poi altre salite… Vengono dai dintorni di Ramgarh, cittadina nota per le sue miniere di carbone nell’India orientale. Vanno a Ranchi, la capitale di questo stato, il Jharkhand. È un viaggio di oltre cinquanta di chilometri attraverso un altopiano collinoso, e per loro dura dodici, tredici ore. Partiti che era ancora buio, arriveranno col buio. In città  aspetteranno fino al mattino poi andranno a vendere il carbone porta a porta: ristoranti popolari, case private – molti fornelli urbani sono tuttora alimentati a carbone, le bombole di gas liquido sono ormai comuni nella classe media ma non tra gli strati più popolari. Solo che la vendita di carbone al dettaglio è lasciata a questi venditori informali.
Finito il giro, venduto tutto, caricheranno la bici ormai leggera sull’autobus per tornare a casa. Avranno ricavato un migliaio di rupie (circa 15 euro), calcola un giovane uomo – chiamiamolo Sashi. Quante gliene restano in tasca alla fine? Quattrocento, cinquecento, a seconda dei casi: il resto va in spese. Certo, potrebbe vendere il carbone ai grossisti nel mercato di Ramgarh o di altri borghi lungo la statale: si risparmierebbe quelle 12 ore di fatica bestiale ma guadagnerebbe molto meno, spiega. Il loro è buon carbone, insiste, coke, e la domanda c’è. Così, un paio di volte alla settimana questi uomini vanno in città  a vendere «in proprio». Ma il carbone, da dove viene? Risposte vaghe. «Lo scavano i ragazzi», gente della zona. Un gruppo di camion supera la colonna di bici sputando gas di scarico. Da dove viene il carbone? Lo sanno tutti. Oltre queste colline entriamo nel maggiore bacino carbonifero dell’India, la valle del Damodar – fiume che scende dalle colline rocciose che delimitano a sud la pianura del Gange per scorrere a oriente, verso il Golfo del Bengala. Grande poco più del Lazio – 17.500 chilometri quadrati – questa regione racchiude una parte consistente delle riserve di carbone del paese. L’intero bacino produce ufficialmente 106 milioni di tonnellate di carbone l’anno, in decine di grandi miniere sotterranee e molte di più a cielo aperto.
Ma non è dalle grandi miniere aziendali che arriva il coke venduto porta a porta dalle biciclette: è da una miriade di miniere informali, abusive. Del resto, la regione è disseminata di vecchie gallerie abbandonate in cui lavorano intere famiglie – gli uomini picconano, donne e bambini portano fuori il carbone in grandi cesti che reggono sulla testa. Fuori il carbone verrà  accatastato in piccoli mucchi, coperto di terra ben battuta e lasciato bruciare lentamente per dodici ore, poi altrettante a raffreddare; a quel punto è coke, pronto da stipare in grandi sacchi. Sono per lo più nativi, adivasi, quelli che vivono scavando in queste gallerie: di rado sono assunti nei posti di lavoro più regolari e la loro antica economia di agricoltura e prodotti della foresta ormai è in declino. Non c’è un padrone identificabile, nessuno è responsabile se una galleria frana, nessuno pagherà  risarcimenti: era un’attività  illegale. Gli uomini con le biciclette, e quelli con il piccone nelle miniere abusive, sono lo scalino più basso di un affare tutt’altro che marginale, che coinvolge alcuni milioni di tonnellate di carbone ogni anno. Un’altra faccia del boom industriale dell’India.


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