Indocina, Algeria, Africa: pronti a morire per l’impero

WASHINGTON — Coincidenza. Prima della strage alla scuola il killer ha colpito i parà  vicino all’anniversario di un gesto epico per le forze speciali. Il 16 marzo del 1954 l’allora capitano Marcel «Bruno» Bigeard si lancia con i suoi uomini su Dien Bien Phu. Una mossa disperata per soccorrere la guarnigione assediata dai ribelli vietnamiti. L’ufficiale si batterà  per difendere le collinette «Eliane» 1 e 2. Servirà  a poco, saranno uccisi o catturati. Epilogo di una campagna combattuta nella giungla e sulla «strada senza gioia», la famosa Strada 1. Quella di Bigeard è solo una delle tante missioni affidate da Parigi ai parà . Un reparto che ha segnato profondamente il passato recente con gesti di eroismo incredibile, professionalità  ma anche qualche pagina nera.
I parà  francesi, dopo la fine del secondo conflitto mondiale, non hanno mai smesso di fare la guerra. C’era l’Indocina francese da proteggere e poi le altre colonie di un impero in disfacimento. Usciti con divise lacere e ferite profonde dall’avventura asiatica, si ritrovano in un altro inferno. Quello algerino. Lì a scrivere una cronaca che diventa poi storia è la Decima Divisione del generale Jacques Massu. È impiegata contro i tenaci partigiani del Fronte di liberazione. Poi doma, nel 1957, «Algeri la bianca» e la sua casbah con tecniche raccontate in modo magistrale nel film di Pontecorvo. Pellicola che non è solo un successo ma si trasforma in un oggetto di studio sempre attuale. Il Pentagono mostra La Battaglia di Algeri agli ufficiali che partono per l’Afghanistan per spiegare «cosa fare» e «cosa non fare» nella controguerriglia. Con tutti i dilemmi tra i mezzi e il fine racchiusi dalla frase di un colonnello che dice: «La volete vincere o no questa guerra?». Risposta che implica l’uso della tortura per far parlare un detenuto. La macchia sostituisce la medaglia. Giudizi morali severi seguiti da quelli politici quando un gruppo di ufficiali si ribella in nome dell’Algeria «francese». 
Chiusa quella partita con le intese di Evian — 18 marzo 1962, seconda coincidenza di date — i parà  sono di nuovo in prima linea nelle crisi africane dove Parigi interviene in modo diretto o appoggiando il leader locale. I soldati si muovono per «garantire la sicurezza» (e gli interessi), tirano fuori dai guai cittadini occidentali. Nel 1979 è una compagnia che libera il Centrafrica da quel grottesco personaggio che è l’«Imperatore», Jean-Bédel Bokassa. Non serviva più. Poi dal cuore nero del continente alle trame del Medio Oriente. Sono più di cinquanta i paracadutisti dilaniati dall’esplosione del comando Drakkar a Beirut, una delle prime azioni kamikaze di un’allora poco conosciuta Jihad islamica. Nel 2008 dieci parà  cadono in un agguato talebano nella zona di Sarobi, Afghanistan. Lungo quei sentieri arrivano anche i militari del 17°, l’unità  basata a Montauban. Sono specialisti nella caccia alle mine, si fanno onore. E una volta tornati in Francia non pensano di diventare dei bersagli di un assassino. Un uomo spietato che, se è giusta una delle piste seguite, potrebbe aver indossato la loro stessa divisa. A Montauban sperano che resti solo un sospetto.


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