La maledizione della diplomazia

Si richiamano ad Al Qaeda comea un mantra le cellule impazzite che flagellano l’Africa e l’Asia Mediana. Dopo la fine dell’organizzazione centralizzata e la morte di Osama bin Laden nel rifugio pakistano, mille cellule operano in proprio. Legate ciascuna al territorio e a una particolare causa, diffondono la pandemia e acuiscono la tragedia della cattura di ostaggi inermi, vittime innocenti di un’ondata di violenza senza precedenti. Oggi piangiamo l’ingegner Lamolinara e il suo collega McManus, prigionieri da quasi un anno e trucidati dai sequestratori proprio mentre l’esercito nigeriano e le forze speciali britanniche tentavano un blitz per liberarli. Un blitz ordinato da Cameron e dai nigeriani senza consultare il governo italiano.

La tragica sorte di Lamolinara e McManus si aggiunge a quella di tanti altri, tecnici e operatori umanitari, giornalisti e innocui visitatori presi prigionieri e minacciati di morte per ricattare i loro governi e più ancora l’opinione pubblica occidentale. Altri otto italiani sono ostaggi di gruppi terroristi diversi e spesso indefinibili collocati in terre senza confini né Stati in grado di fronteggiarli. Prigioniera nelle zone desertiche tra il Mali e la Mauritania, Rossella Urru sembrava sul punto di essere rilasciata, ma la speranza è purtroppo rimandata.

Impotenti, nella commozione dell’opinione pubblica e contesi tra due alternative, la trattativa riservata con i terroristi – sempre che la segretezza sia possibile – soggiacendo al ricatto e premiandolo o l’uso della forza, magari un blitz unilaterale che rischia, come quest’ultimo caso insegna, di costare la vita agli ostaggi, i governi occidentali sembrano alla disperata ricerca di una risposta coerente con la sensibilità  umana e i principi professati, da un lato e, dall’altro, di una reazione forte e dissuasiva che sia efficace in uno scenario disperso e sconosciuto in cui la risposta politica si rivela impossibile nei confronti di bande senza ideali e senza legge.

I pirati somali si aggiungono al dramma, mentre l’azione internazionale di contrasto nell’Oceano Indiano oscilla tra le ambiguità  dei governi rivieraschi e il problema di giudicare i pirati catturati, come accade in questi giorni agli americani. La sorte dei due fucilieri di marina del San Marco prigionieri nel Kerala ce ne fornisce un triste esempio. Purtroppo, la collaborazione tra le nazioni che nei secoli passati aveva permesso l’efficace contrasto alla pirateria e al traffico di schiavi langue per la mancanza di vero consenso, di procedure e norme internazionali certe a cui si possano attenere i naviganti e gli operatori umanitarie quelli economici senza dover temere che la miscela dilagante del nazionalismo populista faccia ogni volta di un incidente, certo doloroso, un caso politico. Proprio oggi, in uno scenario multicentrico che necessita di norme internazionali, la collaborazione tra i governi mostra la sua inadeguatezza, dai blitz unilaterali intrapresi senza consultazione ai cavilli legali. Il nostro Paese è stato duramente percosso da questi dolorosi episodi a ripetizione negli ultimi tempi. Bisogna che faccia sentire con l’energia e l’autorità  di una potenza impegnata nella politica estera di pace la voce della nostra tradizione internazionalista propugnando con urgenza un’autorevole iniziativa che preveda ogni mezzo disponibile per il contrasto efficace all’illegalità  dilagante.


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