La rivoluzione per la terra dei naxaliti dell’Orissa

Pubblicato all’inizio di quest’anno, quel rapporto sembra profetico. Continua: «L’inaccessibile terreno montagnoso, le dense foreste, le rivendicazioni dei tribali e dei poveri e l’assenza dell’amministrazione dello stato hanno favorito la diffusione del movimento naxalita».
Il termine naxaliti è usato ormai come generico sinonimo di ribelle, «maoista»: richiama una famosa rivolta contadina avvenuta nel 1967 nel villaggio di Naxalbari, nel Bengala occidentale, considerata l’atto di nascita di un movimento di lotta armata ispirato all’idea maoista di rivoluzione agraria (e unificato in un Partito comunista marxista-leninista). A metà  degli anni ’70 quel movimento rivoluzionario era finito, schiacciato dalla repressione, frammentato dalle scissioni interne, spiazzato dai cambiamenti sociali. 
La lotta armata di cui parliamo oggi è ripresa tra la fine degli anni ’90 e primi anni 2000, questa volta in un’ampia regione montagnosa dell’India centrale. Forza trainante è stato il People’s War Group (Pwg), una delle sigle eredi del vecchio partito m-l, radicato nel nord montagnoso del Andhra Pradesh, India centrale. Da qui i ribelli si sono spostati verso nord, sospinti da un’offensiva delle forze di sicurezza che ne hanno decimato la leadership, e hanno cercato rifugio nelle confinanti foreste del Chhattisgarh e dell’Orissa. Nel 2004 il Pwg si è fuso con il Maoist Communist Centre e altre sigle, dando vita al Partito comunista indiano-maoista, Cpi-maoist (dichiarato illegale): ed è allora che il movimento è passato all’offensiva. Oggi il partito maoista è presente in ampie zone interne degli stati di Chhattisgarh, Orissa, Jharkhand, Bihar e propaggini del Bengala occidentale – anche se non sempre bisogna pensare a una leadership centralizzata. 
La chiave per capire il conflitto oggi sta proprio in quella enorme regione di montagne e foreste che attraversa diversi stati, spesso indicata come tribal belt perché abitata da gran parte dei nativi del subcontinente, in India chiamati «tribali» – gli adivasi, letteralmente «abitanti originari», cioè la minoranza più esclusa e discriminata benché siano oltre 90 milioni di persone. È anche detta mineral belt perché racchiude buona parte degli enormi giacimenti minerari ancora da sfruttare nel subcontinente indiano: ferro, bauxite, carbone, uranio e quant’altro. Ed è proprio questo il punto: per decenni i «tribali» sono stati spinti ai margini, lasciati nella povertà , gli sono state tolte le terre migliori – prima dall’industria forestale e dai coloni agricoli, poi dalle imprese minerarie, le industrie, raffinerie, acciaierie: la corsa a sfruttare le risorse naturali è accelerata nell’ultimo decennio, e così anche la pressione su quelle terre. Oggi il partito maoista afferma di battersi per i diritti negati dei nativi, e buona parte dei suoi militanti – i foot soldiers, soldati semplici – sono «tribali», anche se la leadership sono persone istruite e di casta alta, per lo più brahmini. 
L’Orissa, grande stato affacciato sul Golfo del Bengala, è uno dei più poveri dell’India per reddito procapite, anche se ha grandi ricchezze naturali. Oltre il 47% della sua popolazione vive sotto la soglia di povertà  (la media nazionale è il 26%), e l’incidenza è più alta proprio nei distretti meridionali e interni come Kandhamal. È qui che ora sono presenti le brigate maoiste che ora allarmano le autorità . I primi attacchi del People’s War Group risalgono al 2001, ma non c’è presenza maoista nei distretti costieri, dove invece torviamo movimenti politici di massa come quello contro le requisizioni di terre per una mega acciaieria delle industrie Posco.
Nel settembre 2009 il governo di New Delhi ha lanciato un’offensiva militare «interstatale» che ha mobilitato circa 60 mila uomini della polizia speciale, della Central reserve police force e di altri corpi paramilitari. Denominata Green Hunt, «caccia verde», l’operazione ha suscitato le proteste di gruppi per i diritti umani e forze sociali nelle zone coinvolte, perché ha militarizzato intere regioni. È culminata in un disastro per le forze di sicurezza nell’aprile 2010. Da allora la situazione è di stallo. Il mese scorso però il ministro dell’interno del governo federale, P. Chidambaram, ha affermato che lo Stato sta «vincendo la sfida», fermando l’avanzata cominciata dai maoisti nel 2004 e riprendendo il controllo delle regioni minerarie, dove la presenza della guerriglia è un deterrente a «miliardi di potenziali investimenti». In modo forse brutale, il ministro ha così dichiarato la vera portata della sfida in corso.


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